Il tempo è immisurabile (per ulteriori informazioni, citofonare Henry Bergson). Il calendario è stata un’invenzione di comodo: per vantare il momento in cui il nostro non-esistere ha inciampato nella vita; per illuderci, d’allora in avanti, d’essere noi a dettarle l’agenda. Pure il conto dei secoli è solo la cifra fittizia di un ragioniere fissato con l’ordine, ma non può essere un numero a definirne principio e fine. I secoli sono come gli amori, che iniziano quando meno te l’aspetti e finiscono già prima di quando tu abbia stabilito che sono finiti. Così, «a segnare i secoli non sono i calendari, ma i sussulti della storia e della mente» (Gesualdo Bufalino).
Ad esempio – secondo Eric Hobsbawm – i sussulti della storia sono stati tali da avere racchiuso tutto il Novecento nella misura ‘breve’ di 77 anni. Dallo sconquasso della Prima guerra mondiale (1914), alle festanti picconate inferte al Muro di Berlino e a quanto rappresentava (1991). Due eventi che scompaginarono mappe geopolitiche e mentali: una guerra cancellò il mondo precedente, non a caso rimpianto come Belle Époque; l’abbattimento di una barriera sgretolò blocchi contrapposti, impastati a cemento e ideologia.
C’è chi conserva schegge di quel muro – sante reliquie di libertà – a memento di un’emozione collettiva, dove in tanti ci riconoscemmo. Iconica è l’immagine che vede Mstislav Rostropovich, addossato ai resti del Muro, imbracciare il suo prezioso violoncello Stradivari per celebrare la fine di un incubo con la musica di Johann Sebastian Bach.
Dunque, per tornare a questioni cronometriche, la clessidra di mister Novecento avrebbe avuto un anomalo precipitare di sabbia, così da non avergli fatto godere la vecchiaia? Eppure ci fu chi lo vide, più che centenario, aggirarsi sperso per le strade di Manhattan, il giorno della grande nube che oscurò il cielo di un millennio appena al suo debutto. Eh già. Perché la fine psicologica e politica del XX secolo va forse prolungata all’11 settembre 2001, l’attentato, in diretta televisiva, al simbolo svettante dell’onnipotenza e della globalizzazione occidentale. Una data a discrimine tra l’età (gli anni ’90) di una ritrovata pace globale e il tempo che andava spalancandosi su una nuova guerra, quella asimmetrica del terrore, per certi aspetti ancora più destabilizzante.
IL BACO CHE VOLEVA FERMARE IL MONDO
Probabilmente il Novecento, più che breve è risultato precipitoso. La fitta successione dei suoi avvenimenti – guerre totali, dittature, trasformazioni radicali, progresso scientifico e tecnologico – non ha “dato il tempo” di elaborarne la portata, alterando, appunto, la percezione del tempo storico. Peraltro, nella seconda metà del secolo, ogni atto di progresso portava di per sé celerità, azzeramento dei “tempi morti”, simultaneità.
Si pensi alla diffusione della telefonia mobile, ai primi spazi di interazione online (prodromi dei social media), all’accelerazione del mondo imposta da Internet. Si pensi al panico per un perfido baco, il Millennium bug, quando si temette che, alla mezzanotte del 31 dicembre 1999, i sistemi informatici di tutto il mondo sarebbero potuti andare in tilt, perché disponevano soltanto di due cifre. Avremmo avuto il mondo bloccato sullo 00, lasciando intendere, però, d’essere retrocessi al 1900. Una maligna beffa al progresso. Quella paura su scala planetaria rese coscienti di quanto l’umanità dipendesse ormai dai computer. Segnò la svolta da un secolo all’altro, non solo tecnologica, ma soprattutto mentale.
UNA BORGHESIA SMARRITA
Probabilmente è presto per capire appieno cosa sia stato il Novecento. Notiamo che tutt’oggi se ne inscatolano ricordi e carabattole ogni qualvolta muoiono personaggi dei più diversi ranghi, arti e mestieri, che di quel tempo andato (ma non del tutto) hanno rappresentato il meglio e il peggio. Con un moto di rimpianto (più che altro per noi stessi) si leva, allora, il consueto epitaffio: con lui/lei si chiude un’epoca, muore qualcosa di noi.
Insomma, un secolo celere in tutto, ma lento nel trasloco. Lo pensi lontano, ma lo vedi sempre vicino. Concedi attenuanti alle sue colpe, come si fa coi trapassati, e te lo ritrovi, recidivo, occupare i telegiornali della sera. Tuttavia, un efficace racconto di come e quanto il Novecento abbia segnato, nel bene e nel male, la vicenda umana, già è disponibile su molte pagine di letteratura. Non si pretende, qui, di compilare un canone ad hoc. Ma, in ordine sparso, almeno qualche titolo viene in mente.
Tra questi, “Viaggio al termine della notte” (1932) di Louis-Ferdinand Céline. Opera pervasa di crudezza, cinismo, disillusione, a tratti molto discutibile. Con il viaggio di Ferdinand Bardamu, giovane milite nel Primo conflitto mondiale, attraversiamo le brutalità, gli orrori della guerra e del colonialismo.
La crisi spirituale e culturale dell’Europa che precedette la Grande guerra traspare dalle pagine de “La montagna incantata” (1924) di Thomas Mann. Una vicenda ambientata in un sanatorio svizzero, a metafora di una società malata, prossima al collasso. Anche in tal caso un passaggio d’epoca difficile e contraddittorio, sospeso tra certezze della ragione, angosce esistenziali, fascino dell’irrazionale.
Va da sé che la maggiore testimonianza letteraria di questa crisi resti, comunque, la monumentale opera (œuvre cathédrale) “Alla ricerca del tempo perduto” (1913-1927) di Marcel Proust. Vagabondaggio nella memoria e nella dissoluzione della società borghese europea a cavallo tra fine Ottocento e inizio Novecento.
Sempre di borghesia, smarrita nell’ipocrisia e nel vuoto, parla il romanzo d’esordio di Alberto Moravia “Gli indifferenti” (1929). Impietosa fotografia di una famiglia in declino ai primi anni del fascismo.
Un dramma proletario – la miseria dei contadini marsicani schiacciati dalla povertà e dalla violenza del regime fascista – mostra, invece, “Fontamara” (1930) di Ignazio Silone. Come ebbe a scrivere Graham Greene, «in Fontamara non siamo alle prese con le grandi questioni: siamo in mezzo al fango e al sangue, all’ingiustizia e all’ignominia del presente… è il più toccante resoconto della barbarie fascista che abbia letto finora».
Il tema della spersonalizzazione dell’individuo, che avverrà con i totalitarismi, viene anticipata da Franz Kafka ne “Il processo” (1925). Vi si mette in scena il labirintico universo della giustizia e della burocrazia. Storia di un uomo, arrestato e perseguitato per un crimine di cui non verrà mai a conoscere la natura, alle prese con l’ineluttabilità di un sistema inaccessibile e disumano. Una sorta di teatro dell’assurdo, per denunciare l’impotenza dell’individuo dinanzi all’ottusità di certe declinazioni del potere.
Qualcosa di kafkiano trasmette anche “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati (1940). In tal caso non v’è alcuna tirannia del potere, bensì del tempo, quello sprecato nell’alienazione di un’inutile attesa. È ciò che sperimenta il tenente di prima nomina Giovanni Drogo, acquartierato nella immaginaria Fortezza Bastiani, avamposto affacciato sul nulla, a difesa di nemici ormai inesistenti. Il tenente Drogo morirà là, in mezzo al deserto, dentro un tempo fuggito nell’alienazione. Una vita sprecata, una metafora esistenziale.
LA SCOPERTA DELL’IO
Il Novecento è stato, inoltre, il secolo della scoperta dell’io, della psicoanalisi che, da teoria medica si trasformerà in fenomeno culturale. L’individuo, fino allora considerato come un soggetto unitario e razionale, diviene frammentato, sovrastato da forze inconsce e, così, perennemente in crisi.
Luigi Pirandello è precoce narratore di questa stravolta percezione dell’identità umana. Accade, così, che gli individui indossino maschere a seconda delle situazioni e di chi li guarda, fino a scoprirsi “Uno, nessuno e centomila” (romanzo di lunga gestazione, iniziato almeno nel 1909 e pubblicato nel 1926).
Scava nella psiche pure Italo Svevo con il suo Zeno, un uomo malato nell’anima, con il proprio io costantemente in autoinganno (“La coscienza di Zeno”, 1923). Al termine del romanzo il protagonista generalizza la propria malattia a tutto il mondo, sostenendo che quanti si sentono sani sono malati, e viceversa. Considerata la vanità di ogni certezza, sarebbe meglio «guarire dalla salute». Ma l’uomo è talmente malato in profondità che nessuna medicina può guarirlo. Quindi la riflessione di Zeno si spinge a una profezia: gli ordigni costruiti dall’«uomo occhialuto» porteranno, prima o poi, alla distruzione del mondo. Allora, «forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute». Terribile predizione. Dopo poco più di vent’anni sarebbe stata sganciata la prima bomba atomica su Hiroshima.
Sempre a proposito di inconscio, è importante ricordare come sia nella narrativa novecentesca che prende a svilupparsi la tecnica del flusso di coscienza. Attraverso lo stream of consciousness – leggasi Virginia Woolf e James Joyce – la trama perde linearità per dare spazio al monologo interiore, ancorché caotico, in balia dei pensieri.
LA FINE DI UN’ILLUSIONE
Per venire all’ultimo scorcio di Novecento, il romanzo che meglio ne rappresenta la fine è indubbiamente “Pastorale americana” (1997) di Philip Roth. Quelle due parole che abbinano una situazione idilliaca (pastorale) alla prosperità americana del secondo dopoguerra, sono un titolo decisamente ironico per raccontare, piuttosto, il dissolversi del sogno americano, il crollo dei grandi miti occidentali, come l’idea di progresso globale, un’illusione tragicamente spentasi sull’ultimo scorcio di millennio. Impersonata dal protagonista, Seymour Levov detto “lo Svedese”, assistiamo alla perdita d’innocenza di una intera epoca, sopraffatta da tensioni sociali e violenza. Quasi una drammatica rivalsa della storia.
Ancora di ambientazione americana è “Infinite Jest” (1996) di David Foster Wallace. Vede un Paese proiettato in un prossimo futuro con la prevalente ossessione dell’intrattenimento.
Un grande affresco della seconda metà del secolo è poi offerto da “Underworld” (1997) di Don DeLillo, dalla Guerra Fredda fino alla nascita di Internet, cogliendo bene lo spirito del tempo degli anni Novanta.
Infine – si perdonerà questa corriva e assai parziale rassegna – è dovuta una citazione a “Le particelle elementari” (1998) di Michel Houellebecq. Dalle vicende parallele di due fratelli si ricava la consapevolezza del fallimento di tutto ciò che era sembrato possibile.
BLOWIN’ IN THE WIND
Visto a posteriori, il Novecento è diventato per molti il secolo della colpa. Soprattutto per noi che abbiamo potuto viverlo quando tutto sembrava bello: amori, canzoni, politica, viaggi, fedi, miscredenze. Fummo rivoluzionari senza rivoluzione, e pure questo è roba da privilegiati. Una volta ripiegate le bandiere, assumemmo la prosopopea del ‘lei non sa chi sono stato io’; persino con i figli, per i quali avremmo dovuto volere tutto il bene del loro mondo. Gli abbiamo dato molto, tranne il futuro. Ora siamo ai figli dei figli. Vivono un interminabile presente aspettando che laurea, master, aspirazioni e sogni trovino occupazione migliore di quella che può darsi a recapitare pacchi o servire pizze. Pensano che il mondo sia stato sempre così: perennemente connesso, in vendita online, ovunque raggiungibile last minute. Convinti che la vita sia iniziata con loro, pensano di poterla gestire con la stessa disinvoltura con cui smanettano sugli smartphone.
Scusateci ragazzi. Ma quasi sempre, quando la storia svolta, ce ne accorgiamo dopo che è già avvenuto. Ridicolo voler capire il nuovo compulsando vecchi manuali d’uso. Il modello non è più in produzione, è superato. Siate dunque clementi. Chi di noi non è sprofondato definitivamente nel cerchio degli ignavi, prova sincero cruccio. Sappiate che è triste camminare su lande dove un tempo crescevano fiori. Tra le zolle di quella desolazione si annida ancora una canzone che fa male riascoltare nella sua insistita domanda: «Quante strade deve percorrere un uomo prima di essere chiamato uomo?» Speriamo che qualcuno vi indichi quelle giuste.