Nella torrida estate 2026, per evitare il morso della canicola si è viaggiato prevalentemente con la fantasia. Tra le mete più visitate – dall’immaginazione, appunto – la mitica Ogigia, l’isola celebre per le sue fontane d’acqua limpida, i prati di viole e sedano selvatico, l’uva che pende da ricche viti. Complice il filmone odisseico di Christopher Nolan, in molti hanno navigato alla volta di quel luogo paradisiaco («ombelico del mare», lo definisce Omero) dove Ulisse, in un settennato di convivenza coatta con l’irresistibile Calipso, si fa cosciente delle proprie colpe e traumi (le efferatezze della guerra rendono sconfitti anche i vincitori); e, ancora di più, sperimenta l’insostenibile struggimento della lontananza. Tanto che «su i lidi assiso, e su i romiti scogli, / con dolori, con gemiti, con pianti / struggesi l’alma, e l’infecondo mare, / lagrime spesse lagrimando, agguarda» (così ce la ricantò Ippolito Pindemonte, italico rapsodo ottocentesco).
L’Odissea è il grande poema della nostalgia, del desiderio di ricongiungimento con le proprie radici. Ulisse, per quanto blandito dall’amore di Calipso, dalle sue promesse di immortalità e giovinezza eterna, opta per la vita – precaria, ma più vera – dei mortali. Sceglie di stare dentro un tempo definito, misurabile sulle stagioni e gli accadimenti di un’esistenza reale che mai dimentichi le sue origini: luoghi, cose, persone, affetti. Dunque, guai a nutrirsi dell’ingannevole «frutto più dolce del miele» (Libro IX, incontro con i Lotofagi) che induce la memoria all’oblio, fiacca il desiderio del ritorno.
All’indolenza che ottenebra il ricordo, all’inerzia del forever young, è preferibile e più eroico lasciar scorrere la clessidra delle età. Ciò non potrà che accadere ad Itaca, laddove il dolore della lontananza troverà finalmente quiete, e se nostalgia insorgerà sarà nostalgia di futuro, almeno per quanto ne resti. Perciò, scrive Borges, «narran che Ulisse, stanco di prodigi, / pianse d’amore nello scorgere Itaca / verde e umile».
Questa commozione – non disgiunta dall’angoscia di un uomo che, straniero in patria, deve farsi riconoscere, dimostrare la propria identità – è il focus narrativo de Il ritorno di Ulisse in patria (1640), magistrale opera di Claudio Monteverdi (un precursore del melodramma ottocentesco) su libretto di Iacopo Badoer, sedicente poeta per diletto, comunque bravo a tratteggiare la psicologia dei personaggi. Nel dramma monteverdiano, il protagonista sa smettere la postura dell’eroe e non teme la vulnerabilità cui espongono i sentimenti.
Durante il prologo, L’Humana Fragilità avverte: «Mortal cosa son io, fattura humana. / Senza periglio invan ricerco loco, / ché frale vita è di Fortuna un gioco». Poi la messinscena si concentra su Itaca, sui giorni di quel difficile ritorno, fino all’happy end, quando Penelope, dopo dubbi e prove che la rassicurino da inganni, riconosce Ulisse. E cosa, se non il letto può ricongiungere veramente alla persona amata? Così, la goduria del ritrovato talamo fa gorgheggiare i due senza falsi pudori: «Sospirato mio sole. / Rinnovata mia luce. / Porto quieto e riposo. / Bramato, sì, ma caro. / Per te gl’andati affanni / a benedir imparo. / Non si rammenti / più de’ tormenti, / tutto è piacer. / Fuggan dai petti / dogliosi affetti, / tutto è goder. / Del piacer, del goder / venuto è ’l dì. / Sì, vita, sì, sì, core, sì, sì».
ITACA, NON SOLO UN APPRODO
È risaputo, ognuno tiene nel cuore una sua Itaca. È giusto desiderarla, proiettarvi un divenire. Però, raccomanda Costantino Kavafis (1911), «Se per Itaca volgi il tuo viaggio, / fa’ voti che ti sia lunga la via, / e colma di vicende e conoscenze. […] Itaca tieni sempre nella mente. / La tua sorte ti segna quell’approdo. / Ma non precipitare il tuo viaggio. / Meglio che duri molti anni, che vecchio / tu finalmente attracchi all’isoletta, / ricco di quanto guadagnasti in via, / senza aspettare che ti dia ricchezze.» Se poi, una volta arrivati, avvertissimo un senso di delusione, occorre saggiamente riflettere: «Itaca t’ha donato il bel viaggio. / Senza di lei non ti mettevi in via. / Nulla ha da darti più. // E se la trovi povera, Itaca non t’ha illuso. / Reduce così saggio, così esperto, / avrai capito che vuol dire un’Itaca».
A ciascuno, dunque, la sua Itaca e la sua odissea, anche se le nostre esistenze poco hanno di epico. Sarebbe già tanto raggiungere la consapevolezza di chi siamo, la capacità di una garbata empatia verso i nostri simili. Come tenta di fare l’Ulisse di James Joyce, la cui odissea è la quotidianità dell’uomo comune, «la vita senza niente di speciale» (Gianni Celati). Un viaggio nella normalità e nella conoscenza di sé stessi: «Ogni vita è una moltitudine di giorni, un giorno dopo l’altro. Noi camminiamo attraverso noi stessi, incontrando ladroni, spettri, giganti, vecchi, giovani, mogli, vedove, fratelli adulterini, ma sempre incontrando noi stessi».
Tale è l’esperienza di Leopold Bloom, l’Ulisse joyciano, antieroe che riassume le variegate coscienze dei molti, in qualche modo se ne prende carico. La sua odissea urbana nella città dove risiede, Dublino, si compie nell’arco di una sola normalissima giornata. Girovaga per 18 ore, dalle 8 del mattino alle 2 della notte, quasi a disegnare l’intera mappa (più che altro umana) della città. Raggiunge tutti i luoghi della ferialità: le botteghe, l’ufficio postale, il pub, la farmacia, i bagni pubblici, la biblioteca, la chiesa. Incontra persone, parla molto, osserva, empatizza, scuriosa, filosofeggia…, finché torna alla propria Itaca, non propriamente terra-patria del rimpianto, ma una porta al numero 7 di Eccles Street, dove vive con la moglie Molly, che lui tradisce e dalla quale è tradito.
È vero che nell’Ulisse di Joyce (1922) – capolavoro prodromico alla nascita del romanzo moderno – prevale una chiave parodistica, dissacratoria del pathos omerico. Però, in quella caotica traversata di piccole cose e umane crudezze, si accendono, spesso e all’improvviso, delle epifanie (così le chiama lo stesso Joyce). Rivelazioni che offrono di che pensare, smuovono sentimenti, emozioni. Talvolta nostalgie, come quando Bloom ripensa agli anni giovanili con Molly o il fischio di un treno in stazione riporta Molly al tempo della sua infanzia a Gibilterra o, ancora, quando Stephen Dedalus, dopo la morte della madre, patisce, nei suoi confronti, cupi sensi di colpa.
IL VIAGGIO DELLA CONOSCENZA
Ma torniamo al proto-Ulisse. Era impensabile che l’uomo «dal multiforme ingegno» fosse rimasto tranquillo a casa per il resto della vita. Così, dopo un paio di lustri – ormai spente le voglie che Penelope poteva corrispondergli, sistemate beghe e conti in sospeso, disposta l’eredità (soprattutto morale) al figlio Telemaco – recupera in soffitta i sandali da viaggio e lascia nuovamente «la sua petrosa Itaca» (Foscolo).
Del resto, Tiresia – un tipo che nonostante la cecità vedeva lungo – già da tempo gli aveva profetizzato come, prima o poi, sarebbe dovuto ripartire per un altro viaggio: a piedi, con un remo in spalla, fino a incontrare un popolo che ignorava mare e sale, e su quel suolo innalzare un sacrificio a Poseidone, così da placare definitivamente la sua ira. Partire, stavolta, non per un viaggio mosso da nostalgia, ma dal desiderio della conoscenza.
Ed è questo l’eroe che affascina Dante (XXVI dell’Inferno), perché costui parte verso l’ignoto, oltre le Colonne d’Ercole, in una pazza impresa: «De’ remi facemmo ali al folle volo». Dante ammira Ulisse in quanto disposto a rischiare la vita per il sapere, per la verità. Ecco allora che Odisseo da epico diviene pure etico. È da lui che il poeta ci fa dire: «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza.» Sferzante monito per ogni tempo e congiuntura della storia umana.