Pinocchio ha prodotto su di sé una tale quantità di letteratura, seconda solo a quella su Dante Alighieri. Alla storia del burattino più celebre al mondo sono stati dedicati scritti di insigni critici, saggi di taglio pedagogico, morale, psicoanalitico, storico (in quanto specchio di un’Italia tardo-ottocentesca), esoterico (se letto come romanzo iniziatico), persino teologico (metafora di peccato e redenzione). Per non dire, poi, di quanta letteratura derivativa – le così dette ‘pinocchiate’ – abbiano sbrigliato le pagine di Carlo Collodi.
Da ciò, una cospicua biblioteca di riscritture, sequel, spin-off e variazioni sul tema. Si cominciò relativamente presto. Non erano trascorsi nemmeno trentacinque anni dalla pubblicazione del libro di Carlo Collodi che il nipote Paolo Lorenzini, con lo pseudonimo di Collodi Nipote, dette alle stampe “Il cuore di Pinocchio” (Bemporad, 1917). Una storia dove un Pinocchio ormai in carne e ossa torna quasi ad essere burattino; anzi, un avveniristico cyborg, poiché, a causa delle ferite riportate in guerra e delle molte protesi applicate al suo corpo martoriato, è diventato metà uomo e metà macchina.
Ogni epoca, ogni frangente storico, ha espresso Pinocchi alla bisogna. Operazioni lecite? Forse sì, se consideriamo Pinocchio come l’emblema per eccellenza della metamorfosi. Basta pensare a quante trasformazioni abbia subìto, da pezzo di legno fino a diventare essere umano. Ogni mutamento somatico sollecitava in lui una diversa coscienza di sé. Deve essere stata una gran fatica ritrovarsi continuamente altro da ciò che era, avere una carta d’identità perennemente provvisoria.
A proposito del suo stato civile non siamo riusciti nemmeno a stabilire quando sia esattamente morto. Probabilmente – sostengono alcuni – proprio il giorno in cui entra a far parte del consorzio umano, nel momento in cui pronuncia quelle parole (parole apocrife?): “e come ora sono contento di essere diventato un ragazzino per bene!” Ma se morì quel giorno, significa pure che il vero Pinocchio non è mai morto. Dunque sul personaggio più immortale e più ‘in divenire’ della storia, si può benissimo continuare a scrivere; e assumendolo a pre-testo, inventare storie.
QUANDO PINOCCHIO NON C’ERA
Un ultimo felice esempio è il recente libro, a cura di Antonio Manzini, “Quando Pinocchio non c’era” (Sellerio). Questa volta potremmo definirlo un prequel, dove otto apprezzati scrittori del panorama letterario italiano (Gessica Franco Carlevero, Maurizio Maggiani, Antonio Manzini, Beatrice Masini, Melania G. Mazzucco, Valeria Parrella, Remo Rapino, Fabio Stassi) hanno prodotto altrettante storie muovendo da un’arguta domanda: ma prima dell’arrivo di quel burattino, chi erano stati, cosa facevano, da quale mondo provenivano i personaggi che poi entrano ed escono di scena e ai quali Collodi non dedica attenzioni più di tanto?
È a questo gioco – in letteratura quando il gioco si fa serio i seri iniziano a giocare – che si sono prestati gli autori, ciascuno portandovi il proprio stile, la propria poetica. Per la penna di Fabio Stassi abbiamo così un Geppetto fervente garibaldino e, in ragione delle sue scelte, alquanto malvisto in paese.
Nel racconto di Gessica Franco Carlevero ecco mastro Ciliegia, cui si deve l’ex ante della storia, perché lui per primo aveva notato qualcosa di strano in quel ciocco di legno. Antonio Manzini narra, da par suo, del Gatto e la Volpe alle prese con un problema che, ovviamente, ha a che fare con polli, galline e altri animali. A rappresentarci i sentimenti del Grillo parlante, compresa la sua ironia rispetto alle pretese degli esseri umani, è Valeria Parrella. Mentre a Maurizio Maggiani piace cogliere tutto l’amore che la madre di Lucignolo nutre per quel figliolo che tanto la fa tribolare.
Nessuno sapeva che Mangiafoco avesse un passato da carbonaio, a svelarcelo è ora Remo Rapino con il suo piglio quanto mai effervescente. Altrettanto inimmaginabile era che lo spaventoso pescecane fosse un soggetto con forti crisi d’identità, come svela Beatrice Masini. Infine Melania G. Mazzucco, che trasferisce la fiabesca figura della Fata turchina nelle atmosfere di una novella goticheggiante, con tanto di fantasmi e cupi scenari.
Insomma, costoro avevano avuto una vita già ‘da prima’. E quindi sentimenti, problemi, ansie, esperienze le più diverse che appartengono, giustappunto, alla vita. Adesso gli è stata data un’anima, un vissuto.
“Quando Pinocchio non c’era” è un libro che forse mancava nella pur vasta bibliografia derivata dal Pinocchio collodiano. Intenti ed esiti del libro trovano efficace sintesi nell’introduzione di Manzini, laddove scrive: “Ma il gesto che questi autori compiono, avvicinarsi a dei personaggi non propri con rispetto e libertà, è un gesto letterario che richiede umiltà e coraggio. L’umiltà di chi sa che Collodi è inarrivabile; il coraggio di chi sa anche che la letteratura non è una statua da venerare ma una conversazione che non finisce mai”.
