Non è dato sapere quanti ancora continuino a tenere diari, quei giornali intimi, scritti a penna, per raccontare a ‘qualcuno’ di sé stessi (malesseri e fantasie, frattaglie della vita e pensieroni sui massimi sistemi). Era – forse per alcuni lo è tuttora – una buona trovata per chiamare ‘tu’ il proprio io, pasturare Narciso, arginare il solipsismo al di qua della ragionevole soglia oltre la quale diverrebbe patologia. Diari rigorosamente nascosti, ma anelanti alla desecretazione, così che il mondo sappia finalmente chi sono io.
È accaduto pure che, in virtù dei loro autori, alcuni diari siano poi diventati letteratura, probabilmente fin da subito pensati per un siffatto destino. È il caso di titoli quali “Il mestiere di vivere” di Cesare Pavese (pagine – diceva l’autore – poste a «difesa contro le offese della vita»), “La tregua” di Primo Levi (racconto del viaggio verso la libertà dopo l’internamento nel lager nazista), o ancora “Latinoamericana” di Ernesto Che Guevara, “Microservi” di Douglas Copland, “Buonanotte signor Lenin” di Tiziano Terzani.
Il diario fattosi libro è scrittura intima uscita allo scoperto. Una volta lasciato l’anfratto domestico del suo titolare si candida ad essere storia universale. Per la loro piccola parte, in tal modo vanno letti anche “I diari del libraio errante” di Emiliano Cribari (Bottega Errante Edizioni), libro che raccoglie tre diari personali, vivida testimonianza dello sguardo dell’autore su persone, cose, luoghi.
Cribari è poeta, fotografo, cercatore di luoghi perduti. Per alcuni anni è stato venditore ambulante di libri usati, ed uno dei diari (quello che dà il titolo al libro) di questo parla. Un bouquiniste, non sul lungo Senna, ma nelle ventose piazze del Mugello. Un bancarellaio di parole e universi tascabili. Lavoro mica facile, con giornate disperanti, altre con felici imprevedibili gratificazioni: «Ogni volta mi sembra di allestire questo banco di libri soltanto per incontrare buone persone. Ho un disperato bisogno di candore».
Un’attività che predispone a cogliere nel prossimo soprattutto il nascosto. Può succedere, ad esempio, che proprio il giorno anniversario della nascita di Aleksandr Solženicyn, tu venda a una ragazza una pregevole edizione di “Una giornata di Ivan Denisovič” e provi a immaginare quale corrispondenza troverà nella giovane donna quel racconto su come sia possibile mantenere la propria dignità umana anche nelle circostanze più disumane.
Ma l’uomo che sussurra ai libri e a chi li legge ha dentro sé l’urgenza dell’andare. Lui «se sta fermo vuole camminare e se cammina vuole cambiare direzione». Dunque deve rimettersi in cammino: «Stare fermo in questo luogo, oggi, è un delitto contro la mia libertà. Mi aspettano i boschi, i sentieri, i paesi assolati e desolati dell’Appennino».
Ecco, allora, il secondo diario che vede annotati i giorni trascorsi nella “tana appenninica” di Casaglia, dove «mi ero rifugiato, non per nascondermi ma per ritrovarmi». Lassù, in quell’«ultimo avamposto di un mondo ancora umano, umile, lento», il cercatore di luoghi perduti trova patria e la maniera giusta di far coincidere la realtà con sé stesso. Sono pagine che odorano di legna bruciata, raccontano la ponderatezza della solitudine, le larghe cadenze della natura e di un’umanità senza fretta. La vita non ha distrazioni, pare più lunga; così come risulta inevitabile incontrarla nelle domande che pone, nelle stupefacenti risposte che offre.
Chiude queste cronache dell’erranza la parte intitolata “Polaroid dal silenzio”, un taccuino di viaggio per frammenti. Tanti luoghi, soste, incontri, passaggi, lacerti di vita, pezzettini di mondo che sono comunque il mondo. Il filo che tiene insieme le pagine di Emiliano Cribari è la poesia, ovvero la capacità di chi sa guardare il reale attraversandolo fino al suo vero; e sa trovare le parole per svelarlo.
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Dai tempi del liceo a oggi non ho forse fatto altro che tenere diari, che raccogliere tracce di quello che ho visto, amato, e soprattutto perduto: tutti i miei diari sono denunce di smarrimento a carico del tempo. Ciò nonostante scrivo di rado, quando accade qualcosa nel corpo anestetizzato del quotidiano. Non scrivo quello che immagino, ma quello che vedo. Il diario è un luogo di sfogo, di preghiera, un testamento occasionale o quotidiano. Il diario è una patria, scrisse Sylvain Tesson nel suo taccuino d’appunti intitolato Una leggerissima oscillazione, dunque guai a tradirlo: il diario è uno specchio, sacro e maledetto.
[…]In questa raccolta convogliano tre miei diari, scritti tra il 2021 – quando facevo il libraio ambulante – e l’inizio del 2026. Una raccolta significa due cose: la prima è che non sei più un ragazzo – e questo è un problema – e la seconda è che lottando con tutti i tuoi mostri ce la puoi fare a darti uno stile. Io penso di avercela fatta, anche se io sono ostile con me, sono il mio più crudele sabotatore: cambiando spesso direzione, cambio spesso anche il sapore delle parole. Ma quello che resta è l’attrazione incorreggibile per il reale, che è propria della scrittura che non si fa per piacere o compiacersi ma per una sorta di luminosa disperazione. Un diario si scrive per salvarsi. Che poi diventi un libro, esca da casa, venga letto e recensito, amato o odiato (se ne occupò molto anche Pavese), questa è un’altra questione, editoriale ed etica. I diari del libraio errante sono le pagine che narrano i miei incontri fatti in piazza ai tempi in cui facevo l’ambulante di libri (soprattutto di poesia) nei paesi del Mugello e anche altrove. Racconto gli incontri, gli umori, i libri scelti dalla gente e quelli rigettati. Racconto di un uomo che se sta fermo vuole camminare e se cammina vuole cambiare direzione. L’ultima riga dice: Stare fermo in questo luogo, oggi, è un delitto contro la mia libertà. Mi aspettano i boschi, i sentieri, i paesi assolati e desolati dell’Appennino. Devo urgentemente rimettermi in cammino. Ecco: è qui che iniziano i Diari casagliesi, che ho scritto poco dopo, in qualche mese di lavoro, dalla tana appenninica in cui mi ero rifugiato, non per nascondermi ma per ritrovarmi.
Queste pagine sanno di stufa, di boschi, di case, di un paese che per me è come il diario per Tesson: una patria. Casaglia è l’ultimo avamposto di un mondo ancora umano, umile, lento. Chiudono il libro le mie Polaroid dal silenzio, schegge di sguardi e impressioni di viaggio, istantanee colte in luoghi di passaggio. Le Polaroid sono l’assaggio di un libro infinito, che ognuno può scrivere ovunque, semplicemente osservando, stando attento. Tante Polaroid dal silenzio formerebbero un Atlante dei luoghi perduti, un libro che non esisterà mai o che forse c’è già: basterebbe o basterà mettere assieme gli appunti di viaggio (editi e inediti) che ho preso provando a sfamarmi. Alla fine del libro troverete simboli e legami, nodi invisibili (nati spontaneamente) che allacciano i miei tre diari: il tema dell’ascolto, della sosta, dell’erranza, parole come insonnia, casa, alba; il nodo della parola poetica che ha senso solo se ha senso e se danza.
[da I diari del libraio errante di Emiliano Cribari, Bottega Errante Edizioni, 2026]
