In questo romanzo, credetemi, si nasconde una camera con vista, dalla quale si osserva, quasi privilegiati, uno dei drammi esistenziali più diffusi di questo secolo: la solitudine che non si vede. Sembra un paradosso, in un secolo in cui tutto si vede. “Santa” (NN Editore) di Rosanna Turone è un libro coraggioso. Un coraggioso esordio. Parla di libertà con un piglio che sorprende e, a tratti, stranisce: non è libera per andare – Santa – ma libera per poter restare.
E questa è una prospettiva diversa del senso di libertà che, spesso, siamo abituati a leggere; risiede in esso, altresì, anche una componente psicologica importante, quella della proiezione, che vede agire l’Io con un meccanismo di difesa inconscio. Un escamotage di protezione da emozioni troppo dolorose. Santa è senza stato d’animo, una lastra di marmo: lo pensano tutti, lo dicono tutti, tutti quelli della sua famiglia, a Pontecagnano Calabro. Ed è in seno alla famiglia, in questo mosaico di donne e di uomini, con nomi proiezione che si annida tutta la solitudine che non si vede.
E se gran parte dei romanzi hanno incipit indimenticabili in “Santa” ogni attacco narrativo consegna al lettore una nota vocale della protagonista e di questo Io che diviene corale, proprio perché solo in mezzo ad altri. E perché anche la voce di altri. Altra interpretazione dalla nostra camera con vista.
Esiste poi, nella scrittura di Rosanna Turone, una predisposizione quasi naturale (leggendo lo si percepisce) a narrare ciò che proviene dall’ipoderma, lo strato più profondo della pelle. Pelle e cuore. E non è solo un’operazione di impianto narrativo. Si percepisce un’attenzione profonda a scrutare nelle dinamiche individuali e collettive, finanche socio-antropologiche. Pensate ai nomi delle donne del romanzo: Santa, la protagonista, la voce, Sapienza, la madre, Beatamaria, la sorella, Preziosa, la zia, Bruna, la nonna. Ed anche Bruna, che pur sembra essere un nome consueto, è un nome proiezione “mia nonna era alta con le gambe magre e una pancia enorme, sembrava che tutto il suo passato ce l’avesse nella pancia, che l’avesse mandato giù per forza e non fosse mai riuscita a digerirlo” (27. La prossima volta, p. 131).
Le donne di Santa hanno ruoli nodali, ognuna è specchio di una proiezione; ognuna, allo stesso tempo, è fuggitiva di una solitudine che non si vede. Di ognuna, Santa ne interpreta la forza e la fragilità; addirittura l’irrompente, quasi selvaggio e irrazionale modo di reagire. E ci sono anche gli uomini di Santa: il padre, la cui parola è il punto di ogni cosa, Gianni, il marito, Mauro, l’amante, Tonino, il sicario che non spara più. E poi c’è l’uomo che arriva per migliorare Santa, Tommaso, suo figlio, per non concederle sempre quella difficile diatriba fra odio e amore “[…] perché quando con la persona che odi ci fai anche un figlio diventa tutto amore e odio … senza via d’uscita” (7. Non c’è numero, p. 30).
Dunque, rapporti genitoriali, scelte di vita, fatte o fatte malgrado, la maternità goduta e impedita, il senso di inadeguatezza e la ricerca di amore che non accontenta, ma che disarma, a differenza dell’odio, che è un porto d’armi. Ed è proprio da questo assunto che la storia di Santa assume una tinta quasi noir che lascio alla scoperta dei lettori, chiosando con quanto detto all’inizio sul racconto coraggioso e moderno “La mia faccia è una sfortuna, una faccia che, anche se muoio dentro, fuori non si vede” (27. La prossima volta, p. 126).
