Non è una antologia di scrittrici, lo dice chiaramente Dacia Maraini nella premessa a “Scritture Segrete” (Rizzoli). Si tratta di una raccolta di testi, di articoli, di saggi che costituiscono un percorso, uno dei possibili, all’interno della scrittura femminile e dell’esercizio continuo, spesso segreto, di conquistare la libertà mentale, di espressione. La scrittura come strumento di emancipazione e resistenza.
Dacia Maraini è voce autorevole e rappresentativa di un impegno costante nell’analisi della condizione femminile ed anche nella difesa dei diritti umani. Uno sguardo critico sulla contemporaneità che non tradisce, anzi se ne nutre, dell’esperienza personale di prigionia in un campo di concentramento giapponese e dell’impegno socio politico nelle lotte femministe degli anni ‘70.
La sua produzione letteraria è vasta ed intensa: romanzi, racconti, poesie, saggi, editi da Rizzoli e tradotti in molte lingue. Il romanzo “La lunga vita di Marianna Ucrìa” ottiene il Premio Campiello nel 1990 e il romanzo “Buio” il Premio Strega nel 1999.
I romanzi “Bagheria” e “Vita mia” sono l’occasione letteraria e narrativa per recuperare la memoria dell’infanzia, in modo catartico e riflessivo: da una parte l’infanzia siciliana che spalanca una porta rimasta chiusa per troppo tempo. Una volontà di recuperare la propria appartenenza, seppur parziale e contraddittoria. Dall’altra il periodo di vita in Giappone e l’esperienza drammatica dei campi di concentramento. Una cronaca vivida e dolorosa di un periodo della storia visto attraverso gli occhi della bambina Dacia.
L’esercizio della memoria sia nella scrittura che nell’impegno sociale della Maraini è costante e contraddistingue le sue opere: “Da una parte si vorrebbe dimenticare ciò che non si può dimenticare, soprattutto quando si sente che circola e si diffonde un sentimento di irritazione e di stanchezza verso la memoria, un sentimento che sentiamo come offensivo e umiliante”.
Ma c’è “un’altra voce, meno persuasiva e più insistente”, che invece sprona a parlare. “A dire, a rammentare, a testimoniare”. (cfr. Vita mia, 2023). Una intensa dichiarazione letteraria e di alto senso civico che vede il silenzio come una non soluzione, anzi un tentativo di rimuovere ciò che potrebbe, invece, restituire umanità e solidarietà attraverso il racconto.
Ed è la parola, la forza del racconto, che può cambiare le cose, il tema centrale di “Scritture Segrete. Le donne che hanno cambiato il mondo con la parola”, un’opera che è, al tempo stesso, critica letteraria, racconto biografico e testimonianza civile. Intorno al potere della parola si concentrano nodi concettuali importanti nella formazione e sviluppo del pensiero e della scrittura femminile.
Sicuramente la scrittura come trasgressione e libertà e il coraggio di chi ha fatto della scrittura lo strumento primario per rompere il silenzio, anche quello imposto dal patriarcato: pensatrici, mistiche, artiste, attiviste, sia italiane che internazionali che hanno sfidato il buio del silenzio. La dualità pubblico/privato, mi spiego: molte donne hanno codificato il proprio pensiero dandone un valore politico, sociale, umano, trasformando una parola da segreta a pubblica e, forte di un senso di appartenenza e autorialità, ad universale.
La bellezza di questa genealogia di “compaesane di sesso” risiede anche nella sua profonda aderenza al presente. Dacia Maraini dimostra l’attualità della parola femminile e non solo, la tenacia di donne che, seppur vissute nell’Antichità (Giulia Maggiore o Vibia Perpetua) o nel Medioevo come la mistica Chiara d’Assisi, non perdono la loro forza, ma si impongono al presente con una lettura e interpretazione sempre avvincenti e realistiche.
In sintesi tutte le donne di “Scritture Segrete” dimostrano come dare voce e nome alla propria storia equivalga ad affermare presenza politica e sociale. Il gesto di “cambiare il mondo con la parola” non appartiene solo al passato ma è impegno costante di consapevolezza ed autodeterminazione; aggiungo che la parola può non essere scritta o parlata o udita, ma trasferirsi anche attraverso il visivo, la fotografia di un volto, di un istante. Una forma di scrittura visiva.
Fra le tante donne scrittrici e lettrici, da Madame de La Fayette a suor Juana Inés de la Cruz passando per la giornalista e scrittrice italiana Matilde Serao a donne contemporanee e alcune viventi, come la regista/attrice Piera Degli Esposti o la saggista Lea Melandri, Dacia Maraini dedica un ritratto alla celebre fotografa e fotoreporter palermitana Letizia Battaglia (1935–2022), coraggiosa, indipendente ed anticonformista. La macchina fotografica è uno strumento di riscatto civile e di militanza. Perché il linguaggio narrativo, in realtà, non si limita alla pagina scritta ma può essere fotografia, narrazione visiva potente e viscerale, priva di retorica; queste sono le foto di Letizia Battaglia.
Una foto parola, diciamo così, che denuncia la violenza della mafia, la povertà e l’oppressione patriarcale a Palermo. Come per altre protagoniste del saggio (da Virginia Woolf a Sibilla Aleramo, a Michela Murgia), Letizia Battaglia rappresenta la capacità femminile di farsi spazio in settori prettamente maschili ed anche maschilisti come la cronaca nera e la fotografia di guerra. Impone uno sguardo etico e umano sui fatti e sul contesto assolutamente unico.
E si chiede la Maraini; perché hanno tanto incantato gli occhi dei suoi contemporanei le fotografie di Letizia Battaglia? […] è qualcosa di arcano che la tiene in bilico fra la passione dell’impegno e dall’altra un occhio freddo e sagace, capace di cogliere le contraddizioni profonde dell’animo umano (cfr. p. 261).
Questo intuito, sensibilità, visione quasi mistica del senso profondo ed intimo delle cose – spesso nascosto nelle crepe di un sistema che non valorizza la scrittura femminile – non dà rilievo alle voci delle grandi madri, che ci sono e sono tante, ma senza alcun riconosciuto prestigio. Quando si passa ai luoghi dove si stabiliscono i valori letterari – dice Maraini – dove si creano i modelli per le prossime generazioni, le autrici scompaiono. Un dato di fatto che ci lascia con una domanda aperta “quanto ci vorrà ancora perché le scrittrici vengano riconosciute importanti per il piacere dei sensi e per la gioia della conoscenza umana? ed un invito accorato e deciso alla lettura come atto di grande libertà ed alla conoscenza delle madri della scrittura come autodeterminazione e consapevolezza del sé.
