Che la verità segua regole proprie, a volte, anche incomprensibili ma che sia, comunque, l’unica strada della coscienza (e conoscenza) a rendere liberi è senz’altro il filo rosso con cui Dianora Tinti tesse la trama narrativa del suo ultimo romanzo “Sopravvivere non basta” (Piemme). E a determinare con maggior enfasi questa dichiarazione narrativa vi è il titolo, quanto mai evocativo e incisivo, Sopravvivere non basta; eh, già, non basta. Bisogna fare i conti con la storia e con la propria coscienza. Vedete, sopravvivere è operazione istintiva ma vivere è un atto di coraggio, e vivere con coraggio vuol dire fare i conti col passato. Che sia esso di fantasmi, di erinni, di vuoti. La memoria deve essere una luce sulla definizione della nostra esistenza altrimenti questa diviene un’eco sbiadita o, ancora peggio, una vita velata.
Dianora Tinti non scrive solo un romanzo, ma ricostruisce uno spaccato storico intrecciando la storia di Frida Hoppic, donna ebrea nata a Berlino, scampata alla deportazione durante la Seconda Guerra Mondiale e approdata nel 1947 nel campo profughi salentino di Santa Maria al Bagno con altre vite, luoghi, eventi. La storia di amicizia fra Frida e Lina rievoca anche una memoria personale della Tinti, quella della zia materna che, proprio Santa Maria al Bagno, conosce una ragazza ebrea. Tutti fondamentali per lo sviluppo narrativo e ognuno con un fardello di ricordi da custodire, ignaro o no, per colmare quelle distanze senza memoria con cui ogni uomo fa i propri conti serali.
C’è un bell’intreccio di epoche e generazioni diverse, di uomini e donne, legati da relazioni familiari o solo amicali, che però, in modo anche inflessibile, costringono a riflettere e a distinguere la relazione affettiva dal giudizio morale e storico degli eventi. E dunque, questo aspetto conduce il lettore ad una considerazione universale, non strettamente legata alla storia ma che, attraverso la storia, può rendere figurativa la forza di questa visione. Non ho intenzione alcuna di raccontare nel dettaglio lo snodarsi degli eventi perché l’incedere empatico e avvolgente della penna di Dianora Tinti ha bisogno di una lettura altrettanto immersiva e di ricerca, come richiede la storia.
Il mio obiettivo è fornire delle linee di lettura e di interpretazione della materia narrativa, individuando delle traiettorie di analisi, storica e psicologica, partendo da un dettaglio utile a comprendere la struttura di ricostruzione, base del romanzo: la storia ha inizio con un incontro, un gesto simbolico: la consegna di un anello d’oro con incisi i raggi del sole nero e la rottura di un silenzio durato settant’anni.
ANALISI STORICA
Dal punto di vista dell’analisi storica (in Nota dell’Autrice è la stessa che lo comunica al lettore) emergono due fatti, all’interno del contesto della Seconda Guerra Mondiale e degli eventi del regime nazista: da una parte l’esistenza di un ospedale ebreo nel cuore del Terzo Reich; dall’altra una geografia dell’accoglienza che riporta all’attenzione uno spaccato molte volte oscurato dai grandi avvenimenti raccontati in storiografia. E dunque Dianora Tinti ci porta nel microcosmo di Santa Maria al Bagno, campo di accoglienza profughi, vicino a Nardò. Il Salento diventa una “terra di transito” che salva, non solo accoglie.
Ed esiste un contrasto geografico interessante fra la grande Berlino, che brucia ed è devastata, ed il piccolo centro dell’Italia meridionale che simboleggia la speranza: un viaggio al contrario, dalla prospettiva di fine alla possibilità di un nuovo inizio. Il Salento, infatti, negli anni fra il 1943 e il 1947, diviene luogo di rinascita per migliaia di ebrei scampati alla Shoah. Una pagina di storia, come anzidetto, non particolarmente nota; tuttavia le fonti raccontano che la scelta del luogo, da parte degli angloamericani e dell’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration) con la Brigata Ebraica si realizza sia per la posizione geografica di transito verso la Palestina, grazie ai porti di Bari, Brindisi e Taranto sia per la possibilità di avere spazi di accoglienza (abitazioni grandi e confortevoli requisiti dagli Alleati).
[1] Pensate che nel 1946, Santa Maria al Bagno, il più grande centro di accoglienza dei CAMP Transit, ospita circa 258 bambini pertanto si istituiscono due scuole nell’accampamento; e pare che molte altre attività culturali siano state predisposte per mantenere vivo l’aspetto culturale della terra d’origine.[2] Nel 2005 Nardò riceve la medaglia d’oro al valore civile in rappresentanza di tutti i comuni che aprirono le porte.[3]
Questo spaccato storico, su cui invito i lettori ad approfondire, pone all’attenzione la complessità morale del conflitto proprio attraverso la vicenda dei genitori di Frida ossia di tutti coloro che, intorno al regime nazista, sono costretti a muoversi, a volte anche discutibilmente, per salvare la propria vita e quella di chi amano. Un dettaglio che si pone a metà, nella mia analisi, fra l’aspetto di interesse storico e l’indagine psicologica che ne viene fuori.
Il male abita ogni individuo, pronto ad uscire se le circostanze lo impongono (cfr. Sopravvivere non basta, p. 146): certo un bieco giustificativo che però può costituire un alibi alla verità. Ed ancora, il rapporto genitoriale (anche questo intergenerazionale) che lega le figure protagoniste; D’altra parte è proprio questo dialogo intergenerazionale ed interstorico fra il passato e il presente che stabilisce delle regole implicite sul senso della storia e dei traumi. Mi spiego: ad un certo punto della narrazione, Chiara, la nipote di Frida, un personaggio che incarna proprio questo dialogo, riflette sul senso della storia, che rivendica il proprio spazio e che ogni decisione, seppur apparentemente ininfluente, provoca un cambiamento nel corso degli eventi (cfr. Sopravvivere non basta, p. 133).
ANALISI PSICOLOGICA
Dal punto di vista dell’analisi psicologica che, come avete notato è strettamente collegata all’evento storico attraverso il trauma ed il rimosso, conduce ad una interessante dialettica fra oblio e testimonianza: i ricordi messi in moto dal gesto iniziale (ricordate l’incipit di analisi) evidenziano come la rimozione del trauma (simboleggiata dal silenzio) sia solo “sospensione di sofferenza” quasi di “pena” per il sopravvissuto.
Pertanto parliamo di un percorso di riflessione e coscienza dei personaggi, tutti, verso la verità del passato e la determinazione del presente. Trovo interessante una frase nel capitolo sulla verità in cui si fa riferimento al peso delle azioni passate sul presente. Ossia sul fatto che ognuno vale per quello che è non per le gesta dei propri antenati: questa sensazione è comune a chi intraprende un viaggio nella ricostruzione di passati dolorosi e, a volte, non solo (cfr. Sopravvivere non basta, p. 88).
Riemergono altri elementi, fra loro intrecciati: la sindrome del sopravvissuto alla tragedia che innesca la sensazione strisciante di scontare una colpa in vita (basti pensare alla lezione di Primo Levi) ed ancora, e questo è racchiuso nella finalità narrativa, oserei quasi dire terapia della narrazione, il valore catartico e risolutivo della parola, anzi del dialogo e dell’incontro: prima distruttivo, con un effetto straniante e di forte confusione emotiva e identitaria, successivamente di determinazione e ricostruzione della verità (una guarigione psicologica da un passato che marchia).
Dal terrore di sapere alla ricostruzione di un racconto con un senso, seppur difficile da digerire, che ha avuto bisogno della condivisione perché ci sono fardelli così pesanti che hanno bisogno di più spalle per essere portati. Eppure, in questo romanzo, vi assicuro, c’è tanto amore raccontato nelle sfumature più vicine al binomio amore amicizia / amore dolore / amore sofferenza/ amore rinascita.
E allora vi auguro una buona lettura, partecipata e consapevole, perché, vedete, se sopravvivere non basta, e lo abbiamo detto e motivato, è altresì vero che nella vita abbiamo due possibilità o praticare l’amore e la verità oppure la menzogna e la violenza. Cerchiamo di fare la scelta giusta. Leggere, sempre, è motore di riflessione; le storie degli altri sono storie d’ogni genere.
NOTE
[1] Cfr. https://www.museomemoriaeaccoglienza.com/storia/
[2] Cfr. https://culturasalentina.wordpress.com/2011/10/28/lettere-dai-campi-u-n-r-r-a-in-provincia-di-lecce/
[3] Cfr. https://bari.repubblica.it/cronaca/2026/04/24/news/quando_il_salento_apri_le_marine_ai_profughi_sfuggiti_all_olocausto-425304056/
