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Ti telefono stasera. Quando un figlio fa crescere il padre

Avere cinquant’anni e non dimostrarli. Nel senso di essersi rifiutato di crescere, perché è venuto comodo così. Del resto l’immaturità è funzionale a diversi aspetti (generalmente complicati) della vita: uno su tutti, invecchiare. Meglio allora non crescere. Per farlo può aiutare molto l’organizzazione di un’esistenza incasinata, sempre in ritardo, rigorosamente contenuta in brevi misure: di tempo, spazi, impegni, pensieri, sentimenti. Così da poter dare buca anche agli appuntamenti con la vecchiaia.

Appartiene a questa tipologia di maschio Giobatta Coppola detto Giò, protagonista del romanzo di Lorenzo Marone “Ti telefono stasera”. Giò è un cinquantenne che, nonostante l’insorgere di cuscinetti adiposi e primi fastidi prostatici, continua a fare il ragazzo. Campione di slalom nell’evitare assunzioni di responsabilità e impegni che rischino di doversi associare all’aggettivo ‘durevole’. Non a caso ha alle spalle un matrimonio fallito per sua colpa, un figlio di nove anni che vede raramente, una giostra di fidanzate (sempre molto più giovani di lui) che molla regolarmente quando gli paventano ipotesi di una vita di coppia stabile e, soprattutto, desiderio di figli.

Anche sul versante professionale Giobatta Coppola non brilla. Lavora in Rai. Assunto come giornalista culturale, per un po’ ha curato una rubrica di libri e film nella fascia mattutina. Poi, da quando l’intrattenimento ha preso il sopravvento sulla cultura, è stato relegato alle previsioni meteo: alle sette e alle diciannove di ogni giorno è diventato l’uomo ‘del tempo’, non capendo nulla di meteorologia, e poco di tempo inteso come unità di misura che, volenti o nolenti, scandisce l’esperienza umana.

Le uniche condizioni di stabilità che l’uomo del meteo può prevedere sono quelle del suo legame con l’amico di sempre Paco Meraviglia, un entusiasta della vita e dei rapporti con il prossimo, uno che crede all’amore perpetuo, all’eroicità insita nel ruolo di genitore. Insomma, un esatto contrario, lo specchio sul quale buttare ogni tanto lo sguardo e sbirciare le rughe della propria coscienza.

A scombussolare – anzi, ad avviare un ordine nell’esistenza di Giò – subentra un fatto. L’ex moglie, per ragioni di lavoro, deve trasferirsi all’estero per un anno. Quindi il figlioletto Duccio andrà ad abitare con il padre che a malapena conosce. Una convivenza che fin da subito lascia intendere un ribaltamento di ruoli, dove il figlio prende ad educare il padre a un assetto mentale e pratico della quotidianità, a una consapevolezza delle cose della vita.

In verità siamo di fronte non solo ad un uomo che dopo nove anni si rende conto di essere padre, ma anche ad un bambino fin troppo responsabile (imprinting materno) cui va restituito qualcosa della spensieratezza infantile. Così padre e figlio iniziano a costruire giorno dopo giorno le rispettive parti. Non senza contraddizioni, piccoli disastri, impacciate affettuosità.

Il romanzo di Lorenzo Marone è la storia di un padre imperfetto, di una genitorialità non proprio da manuale, ma teneramente (spassosamente) vera: “Pensavo: forse vivere è questo, un gesto ogni tanto, che ferma il tempo, un istante di affetto, un pomeriggio che nessuno racconterà, ma che resta inciso da qualche parte.”

***

Previsioni meteo: Napoli, oggi 21 settembre: sereno variabile – temperature stabili – mare poco mosso – max 26° min 18°

“Eccoci qui,” debutto una volta aperta la porta. Duccio si guarda intorno coi suoi occhialetti tondi, le mani infilate sotto le bretelle dell’ingombrante zaino, e ribatte: “Cos’è ’sta puzza?”.

Annuso velocemente l’ambiente e domando: “Puzza? Che puzza?”.

“Non la senti?”

“Be’, in effetti, forse… un certo olezzo si avverte.”

Cosa sarà mai? Magari un alimento che marcisce in frigo. Eppure, prima di scendere, ho fatto un rapido giro delle stanze per accertarmi che fosse tutto a posto. Non vorrei apparire subito inadeguato a mio figlio, desidero invece dargli prova di avere il pieno controllo della mia vita. Che è una cosa impossibile, in effetti, ma ai bambini è meglio non dirlo.

Corro in cucina e apro il frigo: dentro ci sono solo due uova abbandonate da tempo immemore, tre birre e una confezione di formaggini. Controllo la data di questi ultimi, giusto per sicurezza, per fortuna non sono scaduti.

“Viene da lì?” chiede lui.

“No, no,” mi affretto a rispondere chiudendo lo sportello per paura che possa accorgersi di quello spettacolo desolante.

Compio un secondo veloce controllo della casa, composta da salotto, un piccolo studiolo – che mi sono ripromesso di trasformare nella sua cameretta, appena troverò il coraggio di recarmi da Ikea – e una stanza da letto. Non ho chissà che guardaroba, vestirsi l’ho sempre trovato estremamente faticoso e narcisistico, l’abbinamento dei colori, l’attenzione ai particolari, proprio non è per me. In ogni caso, il cattivo odore non viene nemmeno da qui. Rimane solo il bagno. Dentro m’investe un tanfo insopportabile, tipo broccoli andati a male. Ma non c’è alcun cadavere, né tantomeno cavolfiori che fuoriescono dal water. Tuttavia, l’olezzo è presente e persistente.

Sono ancora in una posa fantascientifica, con le mani al naso e lo sguardo perso nel vuoto, quando entra Duccio, il quale si guarda un attimo in giro e sentenzia: “È l’accappatoio. Lo hai lasciato bagnato sul davanzale…”.

Mi volto a guardare l’oggetto colpevole e mi ricordo che, in effetti, stamattina l’ho sfilato abbandonandolo accartocciato lì. Lo afferro e nella mia candida ingenuità sto per trascinarlo fuori sul balcone, così da stenderlo al sole, ma Duccio mi blocca con una mano.

“Ma che fai? Lo devi rilavare, se no la puzza non se ne andrà mai!”

“Ah, sì?”

Non sto facendo una grande figura. Mio figlio si è trasferito da me da circa otto minuti e già mi sta spiegando come risolvere un problema. Ma che ne sa di queste cose, poi? Mi chiedo se la differenza tra noi sia dovuta alla mia inettitudine nelle questioni “di casa” o se sia il mio splendido e pignolo bambino a essere un tantino sopra le righe. Ma, conoscendo la madre, propenderei per la seconda ipotesi: alcune volte, per prenderla in giro, la chiamavo Perfettina. Ebbene, Perfettina ha pensato bene di ottenere una promozione al lavoro, cosa che ha comportato, però, l’obbligo di trasferirsi in Brasile per un anno, il tempo necessario ad aprire una nuova filiale in Sud America.

“E Duccio?” le ho chiesto, spiazzato, alla prima telefonata.

“Duccio verrà a stare con te, io la settimana prossima ho l’aereo,” ha risposto lei.

“La settimana prossima? E me lo dici adesso?”

“L’ho saputo oggi.”

“L’hai saputo oggi?”

“Già.”

“Cioè, questi ti mandano dall’altra parte del mondo per un anno e te lo dicono cinque giorni prima?”

“No, la domanda l’ho presentata diversi mesi fa.”

“E perché non mi hai detto niente?”

“Perché credevo che non mi avrebbero scelto. Ma che vuoi, scusa, di che ti lamenti? Avrai finalmente la possibilità di stare con tuo figlio. Perché lo sai, vero, di avere un figlio? Si chiama Duccio.”

Perfettina è sempre stata convinta di essere molto spiritosa, seppur io non ridessi mai alle sue battute, che invero battute non erano, ma frecciatine. Comunque, la telefonata quella sera è andata pressappoco così. E ora eccoci, con Duccio nel mio bagno, a istruirmi sui capi da inserire nel cestello della lavatrice.

L’ho recuperato dai nonni materni (perché lei già aveva preso il volo), i quali a stento mi salutano, e mi hanno accolto in casa con una certa riluttanza. La mia ex suocera, un attimo prima che ce ne andassimo, mi ha preso in disparte e con voce gelida ha detto: “Giobatta,” – è l’unica a chiamarmi volontariamente col mio nome di battesimo – “a nostra figlia hai rovinato la vita, ma lei era adulta e non siamo potuti intervenire. Se sbagli con Duccio, sappi che ce lo veniamo a prendere, nonostante la legge. Te lo prometto!”.

Sono scoppiato a riderle in faccia e lei ha digrignato i denti, quindi, prima di chiudere la porta, ha commentato: “Manco il tuo lavoro sai fare, ieri hai detto che ci sarebbe stato il sole e mi hai fatto uscire senza ombrello, sono tornata a casa fradicia. Mascalzone”.

Avrei dovuto dirle che le previsioni non le faccio io, io le leggo soltanto, avrei dovuto confessarle ciò che pensavo, che la vita alla mia ex l’avevano rovinata loro per primi, con il controllo perenne, le aspettative, loro che inseguivano per lei la perfezione a tutti i costi. Avrei dovuto anche confessare alla simpatica nonnina di mio figlio che in verità credo che nessuno abbia il potere di rendere un altro infelice, se non i genitori, l’infelicità è qualcosa che ti porti dentro, che t’iniettano da bambino, ogni giorno e a piccole dosi.

In auto, nonostante lo sforzo per dar vita al mio inventario di allegria e buonumore, Duccio non ha aperto bocca, né accennato un sorriso. È stato tutto il tempo a pulirsi gli occhiali sulla maglietta, evitando di girarsi verso di me e rispondere alle solite inutili domande che gli pongo. Così, dopo un po’, mi sono zittito. Ho iniziato allora a rimuginare sul perché non avessi risposto alla nonnina stronza, perché non le avessi detto la verità, che la figlia è sì in simbiosi con loro, ma, a dirla tutta, li odia, perché ha trascorso la vita nella ricerca perpetua di soddisfarli, così da permetter loro di potersi vantare di lei con gli amici a cena.

Il vero problema è che il bimbo che ora mi guarda con aria triste ha trascorso i suoi primi nove anni con questa donna e con il suo prototipo, la nonna appunto, il Paziente Zero, quello che tutti cercano nei film apocalittici in cui un virus sconosciuto debella l’umanità nel giro di quarantott’ore. Ecco, la mia ex suocera è colei dalla quale tutto è partito: sarebbe bastato eliminarla per stroncare l’infezione. Invece ora mi tocca avere a che fare con un figlio irrimediabilmente contaminato.

Però, se vogliamo, credo che alla fine Perfettina sia stata una buona madre, perché Duccio è un bambino eccezionale. Dietro una bella persona ci sono sempre due belle persone, è un dato di fatto.

E quelle due belle persone sono i genitori.

 

[da Ti telefono stasera di Lorenzo Marone, Feltrinelli, 2025]

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