Dare un nome è un atto d’amore e di fiducia nel futuro. Significa inscrivere un’esistenza all’anagrafe del mondo, immaginarne un destino che in quel nome prende forma, assume sembianze e carattere. Ma può essere anche ostentazione di possesso, sopruso, estensione illecita del proprio ego.
Ecco di cosa parla il romanzo “Tre nomi” di Florence Knapp (traduzione di Federica Merati, Garzanti) attraverso una storia in cui l’attribuzione del nome a un figlio appena nato svela un universo domestico di (ri)sentimenti, abdicazioni, violenze. Il racconto inizia nell’ottobre 1987, la notte in cui sul sud dell’Inghilterra si abbatté un uragano di forza impressionante.
Nell’appartamento di un quartiere residenziale dove “le case emanano una grandiosità fasulla”, mentre fuori il vento sembra scompaginare (finalmente?) l’ordinarietà della vita, Cora ha da fronteggiare una tempesta tutta sua. All’indomani – meteo permettendolo – dovrà recarsi all’anagrafe per registrare la nascita del figlioletto neonato, quindi dargli un nome, “ufficializzare chi diventerà”.
E’ una scelta che la tormenta, perché vorrebbe interrompere la consuetudine della famiglia di suo marito secondo la quale tutti i figli maschi debbano chiamarsi Gordon. No, basta con quella tradizione stantia e maschilista che da una generazione all’altra trasmette lo stesso nome, pure bruttarello all’ascolto: “inizia con un suono di vetro scheggiato che ricorda le caramelle dure con una crepa e termina con un tonfo sordo, come se qualcuno lasciasse cadere a terra una borsa sportiva”. Ma ciò che la disturba di più è il pensiero di dover “versare la bontà di suo figlio nello stampo di quel nome, sperando che il bambino sia abbastanza forte da trovare la propria forma all’interno”.
A Cora piace, invece, il nome Julian, che significa ‘padre del cielo’. Se non altro “implica il superamento di una stirpe di padri della terra e per un po’ si è anche chiesta se potesse essere una scelta su cui Gordon sarebbe stato disposto a scendere a compromessi”. Mentre la piccola Maia, la primogenita, vorrebbe chiamare il fratellino Bear, perché “suona tutto morbido, coccoloso e gentile, ma anche coraggioso e forte”.
Tre nomi, dunque, che magari andrebbero a segnare tre diverse esistenze. E proprio questo immagina l’autrice alternando tre sviluppi narrativi per dirci, lungo l’arco di trentacinque anni, della vita di Gordon, Julian, Bear. E, non di meno, della vita di Cora, dei suoi traumi, ferite, violenze subite, scelte, affrancamento.
Con questo romanzo d’esordio, Florence Knapp mostra un’indubbia autorevolezza narrativa espressa con una scrittura agile e ben controllata. Nondimeno fa intendere la capacità di sapersi misurare con sentimenti forti, temi coraggiosi quali la violenza domestica, certi retaggi di patriarcato, la volontà di autodeterminazione.
***
La madre di Cora diceva sempre che i bambini venivano eccitati dal vento e che anche i più tranquilli, al rientro dalla ricreazione all’aperto, diventavano irrequieti. Adesso Cora se la sente dentro, quell’irrequietezza. All’esterno le raffiche fanno leva sugli abeti dietro casa e irrompono sul vialetto laterale per scagliarsi contro il cancello. Anche all’interno le preoccupazioni si agitano e vorticano. Perché domani – se arriverà il mattino, se la tempesta si cheterà – Cora registrerà il nome di suo figlio. O forse, e questa è la sua vera preoccupazione, ufficializzerà chi diventerà.
A Cora non è mai piaciuto il nome Gordon. Inizia con un suono di vetro scheggiato che le ricorda le caramelle dure con una crepa e termina con un tonfo sordo, come se qualcuno lasciasse cadere a terra una borsa sportiva. Gordon. Ma ciò che la disturba di più è che dovrà versare la bontà di suo figlio nello stampo di quel nome, sperando che il bambino sia abbastanza forte da trovare la propria forma all’interno. Perché Gordon si tramanda da sempre agli uomini della famiglia di suo marito e sembra impossibile interrompere la tradizione. Questa certezza, tuttavia, non le risparmia continue diatribe con sé stessa: basti pensare a tutte le volte in cui ha contemplato la possibilità che un nome potesse aver influenzato il corso della vita di una persona. Amelia Earhart. I fratelli Lumière. Giusto la settimana prima aveva notato un libro sul comodino del marito, Neurologia Clinica di lord Walter Russell Brain.
«Non ti sembra strano?» aveva domandato.
«Pura coincidenza», aveva risposto Gordon. «Anche se non crederesti al numero di urologi che si chiamano Burns, Cox e Ball. E a dire il vero, dottor Legg è piuttosto comune in ortopedia.»
“Non vedi il rischio?” avrebbe voluto ribattere Cora. “Non capisci che, se chiamiamo nostro figlio Gordon, c’è la concreta possibilità che finisca per assomigliarti?” Ma non ci era riuscita, perché era proprio quello il punto.
Piega il dito e appoggia la nocca contro la guancia calda del bambino, come se la sua pelle potesse trasmetterle un messaggio vitale. Su ciò che desidera. Su chi potrebbe essere. Ma prima che Cora possa decifrarlo, qualcosa si schianta contro il muro sul retro della casa – un rumore che riesce a percepire, oltre che sentire. Stringe il bambino a sé, mentre fuori la luce di sicurezza si accende, illuminando le sagome ondeggianti degli abeti. Vaste e incombenti, si allontanano per poi riavvicinarsi, di nuovo enormi. Ode Gordon emergere dalla stanza accanto e scendere le scale, lo immagina mentre attraversa in pigiama il soggiorno buio fino alle porte del patio e poi se lo figura sotto la luce di sicurezza che strizza gli occhi senza lenti a contatto per cercare di capire cosa sia fuori posto, rimpicciolito dalla minaccia incombente degli alberi, dall’immensità della tempesta.
Pochi minuti dopo, quando apre la porta della nursery, Cora avverte una corrente d’aria fredda, quasi il vento si fosse aggrappato ai vestiti del marito e lo avesse seguito su per le scale. «Era solo l’annaffiatoio», spiega lui. «Torna a letto.»
«Arrivo», risponde lei. Ma non vuole lasciare il bambino da solo e così non lo sveglia; la sua testolina pesante riposa contro il braccio di Cora, mentre i rumori della tempesta scandiscono i minuti di una notte che si dipana in un nuovo giorno.
[…]Camminano lungo il confine del parco, guidando la carrozzina tra i rami caduti e fermandosi a osservare la radice bulbosa di una quercia, infestata dai vermi e grondante zolle di fango. Maia si accovaccia per osservare la cavità sottostante. «Attenta a non sporcarti il cappotto», la ammonisce Cora. Parole di Gordon. Se seguisse il proprio istinto, incoraggerebbe la figlia a sdraiarsi, a respirare il profumo ricco e muschiato della terra, a immaginarsi nei panni di un cucciolo di volpe rannicchiato con il naso infilato nella coda. Ha nove anni e ormai sta raggiungendo il limite d’età per fare quelle cose.
Maia si rimette in piedi e si spolvera il cappotto. Al passaggio pedonale, dove il globo ambrato di una luce gialla giace decapitato al lato della strada, aspettano che le auto si fermino. La bambina guarda la carrozzina e chiede: «Perché non mi chiamo come te, se lui si chiamerà come papà?».
Cora alza una mano per ringraziare un autista. «Ah, ma ti chiami come me. È solo che nessuno lo sa», risponde, mentre attraversano. «Maia significa madre. Quando torniamo a casa te lo mostro, è nel mio libro dei nomi.»
«Davvero?» Cora è sorpresa di quanto quella rivelazione renda felice sua figlia. «Allora perché non gli diamo un nome che significhi semplicemente papà?»
Cora guarda il bambino, il cui viso a luna piena fa capolino dalla tutina da neve troppo grande. Per un istante smette di spingere la carrozzina e si china sul suo bozzolo d’aria profumata di talco. Il piccolino sposta gli occhi da una parte all’altra, emozionato dall’incontro con quelli della mamma, e agita frenetico le membra infagottate per festeggiare. Non è un Gordon. Cora sbatte le palpebre, Ti voglio bene, poi si raddrizza. «Sai, ho cercato quali nomi significano padre, ma me ne piaceva soltanto uno, Julian, che vuol dire padre del cielo.»
Per Cora quel nome implica il superamento di una stirpe di padri della terra e per un po’ si è anche chiesta se potesse essere una scelta su cui Gordon sarebbe stato disposto a scendere a compromessi. Se significa padre, se è comunque un tributo alla sua figura, è altrettanto valido, no? Ma una sera in cui era rincasato presto, suo marito aveva preso il libro dei nomi aperto a faccia in giù sul divano e aveva scrutato per un istante le pagine. «Ricorda, Cora, solo i nomi per le bambine. Abbiamo già Gordon, se è maschio.» Quando aveva richiuso il volume e lo aveva riposto sullo scaffale, lei aveva accantonato anche la sola idea di una conversazione in proposito.
[da Tre nomi di Florence Knapp, trad. di Federica Merati, Garzanti, 2026]