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Trump contro tutti, escluse le Big Tech

Un anno fa, il 20 gennaio 2025, Donald Trump si è insediato per la seconda volta alla Casa Bianca. Sembra passato molto più tempo da quel giorno, perché Trump ha occupato la ribalta mediatica globale in ogni modo: dalle minacce sui dazi alla Cina e all’Europa, al blitz in Venezuela, dalle roboanti promesse di risolvere ogni crisi mondiale alle mire sulla Groenlandia. Il grande spazio sui social ad ogni uscita di Trump ha contribuito alla diffusione delle sue imprese.

 D’altronde, il legame del presidente degli Stati Uniti, che ha pure un suo social – Truth – con le Big Tech americane è forte. Una rappresentazione di questa alleanza di reciproche convenienze la si ebbe proprio in occasione dell’insediamento di un anno fa: i signori della Rete e dell’intelligenza artificiale erano tutti presenti.

In prima fila c’era Elon Musk, non solo come spettatore, ma come futuro membro (per pochi mesi) dell’Amministrazione Trump e come grande finanziatore della campagna elettorale, con 45 milioni di dollari elargiti ogni mese. Ne ho scritto nel libro “Il potere delle macchine sapienti – Intelligenza artificiale, informazione, democrazia” (primamedia editore).

 

“Seguendo il denaro, si vedono bene i nuovi assestamenti del capitalismo digitale successivi alla vittoria del tandem Trump-Musk. Dimenticate le baruffe in merito all’assalto a Capitol Hill, Mark Zuckerberg tramite la sua Meta Platforms ha donato 1 milione di dollari al fondo per la cerimonia d’insediamento di Trump del 20 gennaio 2025. E questo dopo un incontro nella residenza di Trump a Mar-a-Lago. Analogo comportamento, anche nell’entità della donazione, ha tenuto Jeff Bezos proprietario di Amazon e del Washington Post, rendendo anche omaggio all’elezione di Trump sui social. Seppure con somme minori hanno elargito anche Microsoft e Google.

Questa propensione alla donazione per ingraziarsi il redivivo presidente eletto è stata rappresentata in modo efficace da una vignetta del Premio Pulitzer Ann Telnaes, destinata per la pubblicazione sul Washington Post, pochi giorni prima dell’insediamento di Trump. C’erano Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Sam Altman di Open AI, prostrati ai piedi del Tycoon, mentre gli porgono sacchi di denaro. Accanto a loro, anche lui prostrato, c’è perfino Topolino, per simboleggiare la chiusura di una causa tra la Disney e Trump, in cui il colosso dei cartoons ha pagato un risarcimento di 15 milioni di dollari. Ma la vignetta è stata censurata da Jeff Bezos, proprietario del giornale, inducendo la Telnaes alle dimissioni, motivate con queste parole sul suo blog su Substack: “Lavoro per il Washington Post dal 2008 come vignettista editoriale.

Ho ricevuto feedback editoriali e ho avuto conversazioni produttive, e qualche disaccordo, sulle vignette che ho presentato per la pubblicazione, ma in tutto questo tempo non mi è mai stata censurata una vignetta a causa di chi o cosa ho scelto di prendere di mira con la mia penna. Fino ad ora. La vignetta che è stata censurata critica i miliardari CEO della tecnologia e dei media che hanno fatto del loro meglio per ingraziarsi il Presidente eletto. Recentemente sono apparsi numerosi articoli su questi uomini con lucrosi contratti governativi e un interesse nell’eliminazione delle regolamentazioni che si stanno facendo strada a Mar-a-lago. Il gruppo nella vignetta includeva Mark Zuckerberg/fondatore e CEO di Facebook & Meta, Sam Altman/CEO di AI, Patrick Soon-Shiong/editore di LA Times, la Walt Disney Company/ABC News e Jeff Bezos/proprietario del Washington Post.

Sebbene non sia raro che gli editori delle pagine editoriali obiettino alle metafore visive all’interno di una vignetta se le sembrano poco chiare o non trasmettono correttamente il messaggio inteso dal vignettista, tale critica editoriale non è stata il caso di questa vignetta. Per essere chiari, ci sono stati casi in cui schizzi sono stati rifiutati o sono state richieste revisioni, ma mai a causa del punto di vista inerente al commento della vignetta. Questo cambia tutto… ed è pericoloso per la libertà di stampa.”

Chiare le parole di Ann Telnaes, che evidenzia rischi per l’informazione. Così come ancora ai padroni dell’intelligenza artificiale, allude Stefano Zamagni, già presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, in un’intervista a Diego Motta del 27 dicembre 2024 su Avvenire, in cui delinea i tratti del neocolonialismo imperante: “Un gruppo di super-ricchi della Silicon Valley, dalla California si è preso il mondo, attraverso la figura di Donald Trump. Vogliamo battere la Cina, si sono detti? Non ci resta che copiarla. Per sconfiggerla, gli Usa oggi vogliono diventare come la Cina. Questo è il modello che oggi furoreggia in America”.

(…) Nel suo post, Paolo Benanti così descrive la simbiosi tra potere tecnologico e politico: “Elon Musk con il controllo di X, una delle principali piattaforme di comunicazione globale, ha la capacità di influenzare direttamente l’opinione pubblica e il discorso politico. Musk ha stretto un’alleanza con Trump, sostenendolo apertamente durante le elezioni presidenziali. Questa collaborazione tra un magnate tecnologico come Musk e un leader populista come Trump rappresenta una fusione tra capitale tecnologico e potere politico. Insieme, promuovono una visione del mondo in cui la democrazia rappresentativa è vista come obsoleta, sostituita da un sistema in cui pochi individui ricchi e potenti (gli oligarchi) detengono il controllo decisionale”.

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