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Viaggio letterario nella Toscana beach. Al Cinquale e Forte dei Marmi un “mare di memorie”

Già al mare o prossimi alla partenza? E quali libri avete messo in valigia? Perché – confermano e confortano le indagini di settore – in ferie viene più facile leggere: maggiore è il tempo a disposizione, rallentati sono i ritmi a vantaggio di un salutare ‘otium’, meglio disposta la mente ad aprirsi a storie ed emozioni. Perciò, dentro le borse da spiaggia, pure qualche libro va a condividere olezzi di creme, salmastro e focacce. Ed è subito estate.

Avrete dunque già scelto le vostre letture da ombrellone. Bravi così, that’s the style. Qualora le vostre mete fossero geolocalizzabili sul litorale toscano vorremmo anche ricordarvi, da lettori a lettori, che quei luoghi sono di per sé un libro, in ragione dei tanti letterati che vi hanno soggiornato, ne hanno scritto, producendo fitti intrecci di biografia e bibliografia. A loro si deve, in buona misura, la rivelazione del genius loci che da quelle parti aleggia, respira tra pinete, dune, oleandri e risacche. Giusto seguendo i refoli di questo spirito possiamo intraprendere un viaggio letterario che, lungo la costa, va a comporre, tappa dopo tappa, uno straordinario racconto dei racconti.

PPP GIOCA A PALLONE AL CINQUALE

Partiamo da Nord, dal Cinquale, ai limiti meridionali della costa apuana. Dalla metà degli anni Cinquanta e per almeno un decennio, fu luogo di vacanza estiva di Pier Paolo Pasolini. Aveva scoperto questo tratto di litorale toscano quando, nel 1954, alla sua raccolta poetica “La meglio gioventù” era stato attribuito (ex aequo con Paolo Volponi) il Premio Carducci, tutt’oggi promosso dal Comune di Pietrasanta.

Da allora la Versilia entrò nell’universo poetico pasoliniano, come attestano quei versi de “Le ceneri di Gramsci” (1957) che dicono: «Ciecamente fragranti nelle asciutte / curve della Versilia, che sul mare / aggrovigliato, cieco, i tersi stucchi, // le tarsie lievi della sua pasquale / campagna interamente umana, / espone, incupita sul Cinquale, // dipanata sotto le torride Apuane, / i blu vitrei sul rosa…».

Nei soggiorni al Cinquale lo scrittore alloggiava alla Pensione Villa Glicine. In spiaggia giocava spesso a pallone (notoriamente una sua passione). Nel 1957, proprio durante la vacanza toscana, scrisse l’atto unico “Un pesciolino»”, forse ispirato da Laura Betti, forse destinato alla recitazione di Adriana Asti, ma mai rappresentato. Fluviale e ironico monologo nel quale la protagonista prova a emergere dal vortice dei suoi ricordi amorosi.

Pasolini tornerà a parlare del Cinquale anche nel reportage dedicato alle spiagge italiane e realizzato tra il giugno e l’agosto 1959 per la rivista Successo. Gli articoli sono stati raccolti nel libro “La lunga strada di sabbia”.

A un certo punto vi troviamo una pagina che merita di essere riportata integralmente per come rappresenti un efficace spaccato paesaggistico, antropologico, di costume: «Cinquale, giugno. I monti della Versilia… ridenti o foschi? Ecco una cosa che non si può mai capire. Un poco folli, di forma, e inchiostrati sempre con tinte da fine del mondo, con quei rosa, quelle vampate secche del marmo che trapelano come per caso. Ma così dolci, mitici. Qui c’è la spiaggia del Cinquale. Un mare di memorie, alimentate soprattutto dal mio amico poeta Bertolucci, che viene a villeggiare qui, coi più squisiti dei letterati. Qui ci fu D’Annunzio.

Qui tra il ’20 e il ’30 Huxley scrisse “Foglie secche”, e Thomas Mann – che faceva fare il bagno nudi ai figlioletti scandalizzando gli italiani – scrisse, indignato, “Mario e il Mago”. Da queste parti veniva anche Rilke, a pensare chissà quali dei suoi sonetti. E ci venne al confino Malaparte. Vi ha vissuto la sua lunga vita Pea. Vi ha dipinto Carrà.

E, ripeto, ci vengono ancora i letterati, specie fiorentini: Longhi, Anna Banti, De Robertis, con quel suo occhio ridente con dentro sempre una lacrima, quella sua testa da uccelletto, reduce dall’aver mangiato qualcuna delle sue zuppette di cui solo si nutre, e con un grande amore dentro per la poesia, un amore unico. Ora cammino per la spiaggia del Cinquale, fra tutte queste memorie contro quel po’ po’ di sfondo dei monti della Versilia; e sapete che vedo?

Una banda di giovinastri emiliani distesi a pancia in giù a guardare una tedesca, tutti un po’ grassi e spennacchiati, con uno che fa l’epilettico per buffoneria. Una compagnia di tedeschi poveri: due giovanotti e due ragazze, biondi come pannocchie. Una famiglia proletaria che ha appena finito di mangiare accanto a una tenda da beduini, ridotta a spazzacucina, con un giovanotto che va a lavare i piatti in mare. Due biciclette scassate appoggiate una all’altra, come due ubriache. Una lambretta con sopra un paio di scarpe di camoscio verdolino e rosicchiato e i pedalini».

THOMAS MANN E IL PERBENISMO FORTEMARMINO

È dalla fine dell’Ottocento che Forte dei Marmi è sempre stato meta di un turismo balneare molto esclusivo. E, talvolta, élite è sinonimo di perbenismo, come capitò di sperimentare a Thomas Mann, nell’estate 1926, proprio sulla spiaggia di Forte dei Marmi.

Lo scrittore tedesco era in vacanza con la moglie Katja e i due figli, Elisabeth di otto anni e Michel di 7. Un giorno accadde che la bimba, giocando, avesse il costume pieno di sabbia, quindi le fu tolto per poterlo sciacquare in acqua. Alla vista di quella innocente nudità i bagnanti indigeni presero ad insorgere con grida, fischi, offese del tipo: «basta con questi stranieri!», «è un’offesa al pudore e all’onore dell’Italia!», «siete dei selvaggi!».

I virgolettati sono d’autore, poiché Mann avrebbe poi raccontato la vicenda nel romanzo breve “Mario e il mago. Una tragica esperienza di viaggio” (1930). Nella finzione letteraria la località assume il nome fittizio di Torre di Venere e viene descritta come «uno dei luoghi di villeggiatura prediletti del Tirreno, mondanamente elegante e gremito per mesi, con una strada variopinta piena di alberghi e di empori, un’ampia spiaggia coperta di capanni, castelli di sabbia imbandierati, gente abbronzata e una fragorosa industria del divertimento».

La descrizione continua, non senza una sottile acrimonia, parlando di «un brulichio di bagnanti che strillano, si leticano, esultano, cui un sole ardente da impazzire stacca la pelle dal dorso, barche dal fondo piatto, dai colori stridenti, con a bordo ragazzi i cui nomi sonori, gridati da madri in vedetta, riempiono l’atmosfera di rauca apprensione, oscillando sull’azzurro smagliante; i venditori di ostriche, bibite, fiori, coralli e cornetti al burro, camminando sulle membra di chi è sdraiato, offrono la loro merce, anch’essi con la voce aperta e velata del meridionale».

Dopo la narrazione dell’accaduto – i cui toni già lasciano intendere un giudizio sul comune pensare influenzato dalla propaganda nazionalista – il racconto diventa sempre più sarcastico apologo sui mali delle dittature.

Nella loro vacanza al Forte, la famiglia Mann aveva preso inizialmente alloggio al Grand Hotel, ma pure lì c’era stato un problema, sempre a causa (benedetta creatura!) della piccola Elisabeth. La bimba aveva uno strascico di tosse canina e poiché dagli ospiti dell’albergo era ritenuta malanno trasmissibile «per via acustica» dovettero trasferirsi all’Hotel Regina, che nel romanzo diventa Pensione Eleonora, «il cui aspetto gradevolmente privato aveva subito attirato la nostra attenzione; e avevamo fatto una conoscenza molto simpatica nella persona della sua proprietaria, signora Angiolieri, una graziosa dama dagli occhi neri, dai tratti toscani, sulla soglia della trentina [che] prima del matrimonio era stata dama di compagnia, guardarobiera, amica addirittura della Duse […]».

SCANDALO IN CASA AGNELLI

A cominciare dai primi anni Venti e per circa quarant’anni, tra i vacanzieri di Forte dei Marmi fu annoverata anche la famiglia Agnelli. Nel 1924, Edoardo, figlio unico di Giovanni, fondatore della Fiat, aveva acquistato Villa Costanza (oggi un hotel). I ricordi di quelle vacanze sono narrati in “Vestivamo alla marinara” (Premio Bancarella 1975), libro autobiografico di Susanna Agnelli, figlia di Edoardo.

Uno dei capitoli dedicato al periodo della fanciullezza inizia dicendo: «D’estate andavamo a Forte dei Marmi. La casa aveva un giardino. Sul davanti c’era una pineta che finiva sulla spiaggia; al centro della pineta un viale con la ghiaia. Si apriva il cancello di legno verde e là, davanti alle piatte dune di sabbia coperte dal prunaio grigio azzurro, era il mare. Un mare dolce, tranquillo, argenteo con onde calme striate di schiume bianche che si disperdevano, morendo sulla spiaggia chiara e morbida».

I ricordi di Susanna Agnelli sono nitidi, descritti con dovizia di particolari che bene restituiscono un’epoca, l’atmosfera del luogo: la spiaggia con le due grandi tende (una per gli adulti, l’altra per i bambini), i marinai degli yachts, i castelli di sabbia, le biciclette, i gelati, i vestiti bianchi, i pescatori che di mattina presto tiravano a riva le reti.

Non ebbe, invece, niente di vacanziero l’arrivo al Forte di Curzio Malaparte. Il 17 ottobre 1933 era stato arrestato e imprigionato a Regina Coeli per ordine di Mussolini. Da fascista, quale era, non erano piaciute le illazioni che andava facendo sul conto di Italo Balbo, il quale, a suo dire, stava tramando contro il duce. Malaparte venne espulso dal partito e, dopo un mese di reclusione, condannato al confino nell’isola di Lipari. Ma già dopo un anno ottenne il trasferimento prima ad Ischia (per poco tempo) poi a Forte dei Marmi. Niente male – si dirà – per scontare una pena con soggiorno obbligato, ma a piede libero.

Andò ad abitare in una casa di pietra poco distante da La Capannina, il locale ideato nel 1929 da Achille Franceschi risistemando un vecchio capanno sulla spiaggia e dotandolo di un banco bar, un grammofono a manovella, qualche tavolo per giocare a carte. Per quanto dorata fosse la prigionia, a Curzio pesava molto la condizione di confinato.

Così il 9 giugno 1935 scrive una lunga lettera all’amico Galeazzo Ciano, ministro della Propaganda. Lo aggiorna sulla sua vita e sui buoni propositi che intende mettere in atto, dicendo fra le altre cose: «Visto che il clima di Forte dei Marmi fa per me, ho deciso di fissarmi qui per sempre, di rimanere qui a lavorare tranquillamente anche quando sarò libero. Per darti una prova di questo proposito, aggiungerò che […] ho comprato una casa sul mare, dove fisserò le mie tende per sempre, e che abito già».

Ottenne quanto richiesto, cosicché il confino durò complessivamente due anni e mezzo. La casa acquistata (Villa Apuana) era appartenuta ad Herta Harries von Siemens, figlia del magnate tedesco delle acciaierie e moglie del chimico Karl Dietrich Harries. Ed è a Forte dei Marmi che nasce la storia d’amore tra Malaparte e Virginia Bourbon del Monte, moglie di Edoardo Agnelli, restata vedova nel 1935 a 36 anni e con 7 figli.

Susanna Agnelli racconta senza infingimenti: «Qualche volta mammà ci portava a casa di Malaparte. Ci sedevamo nella stanza quasi vuota e Malaparte ci dava da bere la Malvasia di Lipari, dolce e dorata. Poi ci raccontava. Seduti per terra ascoltavamo incantati, finché metteva la sua mano sulla testa di mia madre, le tirava i capelli e la canzonava. Allora prendevamo le biciclette e tornavamo a casa. Io ero un po’ ubriaca e molto felice, pensando a mia madre che era rimasta con lui».

Una relazione che fa infuriare il suocero Giovanni, soprattutto quando apprende che Virginia intende sposare Curzio, come attestavano le pubblicazioni di matrimonio affisse nella bacheca del Duomo di Pisa. Esige l’intervento del tribunale affinché la nuora lasci la casa e a lui venga affidata la patria potestà dei nipoti. Virginia si ribella al sopruso, chiede persino l’intervento di Mussolini. Si giunge a un compromesso: i figli torneranno con lei a condizione che rientri a Torino e non veda più Malaparte. Nuove beghe, però, sorgeranno quando lascia Torino per trasferirsi a Roma. Poi tutto finirà in tragedia. Il 30 novembre 1945 Virginia muore in un incidente stradale a pochi chilometri da Forte dei Marmi, mentre stava andando da Malaparte. Scriverà Susanna: «Era un uomo che voleva bene a mia madre».

In una sua testimonianza, Manlio Cancogni (1916-2015) ricorda quanto fascino esercitasse Malaparte sulle donne ogni volta che «piombava con il suo ingombrante cane, Febo, alla Capannina, di cui diventò subito il numero di maggiore attrazione.» O quando appariva al Caffè Fissi (oggi Principe) dove «arrivava scalzo, con magliette rosse da corridore, in compagnia di Virginia Agnelli e di cani giganti». Ed è la stessa Susanna Agnelli a raccontare di quando, ospite a casa di Malaparte, c’era un ragazzo disordinato e claudicante, timido e aggressivo, che si chiamava Alberto. Era Alberto Moravia.

 

1 (continua)…

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