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Viaggio letterario nella Toscana beach. Alle rasserenanti foci di due fiumi

Un tempo Marina di Pisa era detta Boccadarno, a indicare il luogo dove l’Arno trova la sua foce. Il tratto di strada che, costeggiando il fiume, unisce la città al mare fu definito da Guido Piovene («Viaggio in Italia», 1957) «il più bel viale di platani» che si avesse in Italia: «nelle giornate calde le fronde sembrano soffiare come genii animati, un venticello su chi passa. Alla foce si scorgono le acque di due colori, più azzurre quelle del fiume, e quelle del mare più verdi». Il viale è intitolato a Gabriele D’Annunzio, che pure qui lasciò memoria di sé con poesie, amori, cavalcate ed estasi paniche. Sulla pavimentazione che fiancheggia il porto turistico sono incastonati alcuni suoi versi tratti dalla poesia «La tenzone», compresa nella sezione «Alcyone» delle «Laudi». Questa la circostanza che la ispirò.

Il poeta sta passeggiando con la sua donna (all’epoca Eleonora Duse) lungo il fiume prossimo alla foce. Allodole e cicale sembrano gareggiare in canto (una tenzone, appunto): «O Marina di Pisa, quando folgora / il solleone! / Le lodolette cantan su le pratora / di San Rossore / e le cicale cantano su i platani / d’Arno a tenzone.» L’estate delle bionde messi pare anch’essa donna con tra le labbra una pagliuzza d’oro («Come l’Estate porta l’oro in bocca, / l’Arno porta il silenzio alla sua foce.») Il fiume è tacito e quasi inerme, ma al pari del poeta, giungerà al mare per una quieta e appagante simbiosi. E dunque «è paga nel mio cuore ogni dimanda».

La lirica fu composta il 5 luglio 1899 e si dice che i primi versi fossero stati scritti, di getto, sulla porta di un casottino. A queste strofe seguirono quelle di «Bocca d’Arno», in cui si magnifica l’amabilità del luogo che – parola di Gabriele – non trova paragone nemmeno nella dolcezza d’una bocca di donna: «Bocca di donna mai mi fu di tanta / soavità nell’amorosa via / (se non la tua, se non la tua, presente) / come la bocca pallida e silente / del fiumicel che nasce in Falterona.» Il poeta ribadisce tali stati d’animo in una lettera del 7 luglio indirizzata a Giuseppe Treves: «La foce dell’Arno ha una soavità così pura che non so paragonarle nessuna bocca di donna amata. […] Ho una volontà di cantare così veemente che i versi nascono spontanei dalla mia anima come le schiume dalle onde. […] Se tu potessi imaginare le bellezze di questa marina!».

La Duse e D’Annunzio alloggiavano alla Dogana Vecchia, un edificio allora quasi abbandonato e assediato dalla vegetazione, ma proprio per questo ritenuto idillico. Sul tetto nidificavano le rondini, così che fu rinominato “Casa delle rondini”. Nel dramma «La Gioconda», dedicato alla Duse e da lei interpretato in teatro, a un certo punto si dice: «Le stoie sono alzate; a traverso i cristalli si vedono gli oleandri, le tamerici, i giunchi, i pini, le arene d’oro sparse d’alghe morte, il mare in calma sparso di vele latine, la foce pacifica dell’Arno, di là dal fiume le macchie selvagge del Gombo, le casine di S. Rossore, le lontane montagne di Carrara marmifera…». Il paesaggio di Boccadarno viene ancora rievocato da D’Annunzio in una delle quattro prose memorialistiche che formano la raccolta intitolata «La contemplazione della morte» (1912): «[…] la casa ch’io m’ebbi un tempo alla foce dell’Arno tra i ginepri arsicci e le paglie marine […] era tanto prossima al frangente che dalla finestra non si vedeva se non il flutto, come da un’alta prora».

LA CASA DELLE TEMPESTE

Soggiorni dannunziani si ebbero successivamente nella villa dei marchesi Guadagni e a villa Peratoner. In questa seconda dimora – ribattezzata dall’illustre affittuario “Casa rossa” o “Casa delle Tempeste” (i marosi quasi la lambivano – D’Annunzio abitò per diversi mesi tra il 1904 e il 1905. Un articolo apparso su «La Tribuna» del luglio 1904 informava che «D’Annunzio, che già cantò nelle sue “Laudi” questa piccola plaga ridente, l’ha prescelta quest’anno per passarvi quattro mesi. Egli vi studia e vi scrive con alacrità fenomenale, trovando il tempo e il modo di rinfrescare il suo spirito con lunghe passeggiate mattutine, immersioni nel fresco Tirreno, gite in barca, e dedicando qualche ora del giorno alla pesca con la bilancia, in una capanna posta alla foce del fiume».

A condividere l’alcova del poeta era subentrata nel frattempo la marchesa Alessandra di Rudinì, una ventisettenne così bella ed esuberante da guadagnarsi il soprannome di Nike. Ne «Il libro segreto» (1935), dove baluginano continuamente frammenti di vita e ricordi, D’Annunzio scrive: «Da San Rossore, dal ponte che solevo traversare a cavallo con la mia triplice muta di cani di enigmi e di strattagemmi salgono e scrosciano i sussulti gli insulti di varie donne, e fra i nomi, o meglio nomignoli, di queste fu quello di Nike. Quanta vita calpestata! Quanta passione…».

Il Vate fu nuovamente a Marina nell’estate del 1909, nel periodo in cui stava terminando la stesura del romanzo «Forse che sì, forse che no». Vi giunse con la russa Nathalie de Goloubeff, che aveva già rimpiazzato la marchesa Alessandra. Presero alloggio a Villa Alba, in via Maiorca, un edificio di proprietà della contessa Flora Douglas Fenzi. A ricordo delle presenze marinesi di D’Annunzio sono state poste due lapidi sullo scoglio poco distante da dove sorgeva villa Peratoner. Una riporta l’incipit del testo già citato («O Marina di Pisa, quando folgora / il solleone!»); sull’altra viene ricordato che «in questo “paese di sabbia e di ragia”, Gabriele D’Annunzio trovò serenità di riposo, ispirazioni di canti immortali».

I TORMENTI DI SIBILLA E DINO

Nell’ottobre del 1916, a Villa Alba, trascorsero giorni turbolenti anche Dino Campana e Sibilla Aleramo. Un mese prima Dino aveva scritto con entusiasmo a Sibilla: «[…] E mi porterai sul mare. (Avevamo già progettato una vacanza a Marina di Pisa)». Lei conosceva Villa Alba per esserci stata ospite di Eleonora Duse. Ma la vacanza con Campana risulterà un incubo. In una lettera del 3 ottobre, Sibilla, presa da sconforto, chiede aiuto all’amico Emilio Cecchi: «Fate tutto il possibile per venire a trovarci, fra breve. C. è malato profondamente, neurastenia con mania continua di fuga, di annientamento. È atroce quel che la vita può su un uomo… I primi giorni qui, per lo sbalzo dalla montagna, sono stati terribili. Ora ritorna un po’ di calma e un po’ di speranza: Bisogna che senta altri cuori oltre al mio, che lo voglion vivo. So che avete per lui, oltre all’ammirazione, una vera simpatia. Aiutiamoci, Cecchi. Venite, intanto, e poi si vedrà. Sarà contento di vedervi, di discorrere qualche ora con voi. Con altri no […].»

Non tempesta di cuori, ma solo di mare, è quella che descrive Karl-Eugen Gass nel suo «Diario pisano (1937-1938). Vi si racconta una Marina spazzata dai venti dell’inverno, «il mare rotolava a riva i suoi flutti oscuri, torbidi, che si rompevano impietosi». La spiaggia era ridotta a una sottile striscia, sbarrate le imposte delle case sul lungomare. Ovunque un senso di desolazione. «Passeggiammo nel vento lungo il frangiflutto, accanto ai modesti stabilimenti mimetizzati, a difesa dal vento, con stuoie di paglia, e poi ci addentrammo nel paese morto, alla ricerca di una trattoria dove mangiare un boccone. Dall’ostessa venimmo a sapere che non molti anni fa il mare si è inghiottito tutta la spiaggia e da allora Marina viene disertata…».

VACANZE MEMORABILI

Da una spiaggia all’altra (e da una foce all’altra) eccoci a Marina di Cecina. Fu negli anni Trenta del secolo scorso che Cecina sviluppò la sua vocazione balneare già intuita verso la fine dell’Ottocento con l’apertura del primo stabilimento. Il 27 giugno 1873 il Municipio di Bibbona aveva infatti emesso un’ordinanza «intorno le bagnature al mare» che «per gli uomini con mutande» dovevano effettuarsi nel tratto compreso tra una bandiera verde e una rosa, mentre per le donne «anch’esse provviste di una veste» tra la bandiera bianca e il fiume Cecina.

Ad inizio Novecento i bagni divennero due. Crebbero anche le case lungo l’Aurelia. Nel 1910 fu costruito il viale che congiunse il mare con Cecina e sul quale, dopo qualche anno, avrebbe cominciato a viaggiare il tranvai, unendo comodamente la frazione al centro. Così, quella striscia di costa dove la macchia mediterranea incontra il mare, il ginepro s’infratta tra le dune, la pineta si estende per chilometri d’ombra e di profumi, venne inscritta a pieno titolo nelle mappe del turismo rivierasco.

Nei primi anni Trenta furono cecinesi pure le vacanze dell’adolescente Carlo Cassola (1917-1987), ricordate dallo scrittore come «tempi memorabili», titolo del romanzo autobiografico (1966) che narra del quindicenne Fausto (alter ego dell’autore) giunto in treno da Roma insieme alla mamma per trascorrere a Marina di Cecina tutto il mese di luglio. I Cassola andavano abitualmente a pensione dalla «signora Iole» (ne fa memoria una targa posta sull’edificio al N. 100 di via Ginori); e così, a guisa d’autofiction, viene raccontata, in terza persona, la scena del loro arrivo: «Avevano appena messo piede sul pianerottolo che la porta si aprì improvvisamente e apparve la signora Jole, col vestito sganciato e i capelli in disordine. La signora Jole era anziana, magra e ossuta, con la pelle lustra e le corde del collo che si gonfiavano. La mamma diceva che era una donna amante della pulizia; ma a lui era sempre sembrata repellente».

Quelle vacanze diverranno «memorabili», perché per Fausto/Carlo segneranno il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, la rivelazione di un mondo altro da quello famigliare e, soprattutto, i primi turbamenti suscitati dalle ragazze – una su tutte, Anna Cavorzio (nome d’invenzione) – con la scoperta di quanto sia esaltante innamorarsi dell’amore. Ma non solo. In ragione di questo stato di grazia, a Fausto/Carlo apparirà chiaro il suo ideale di vita: diventare scrittore.

Fin dalle prime pagine del romanzo si ha una descrizione del paese non solo topografica, ma, per certi aspetti antropologica. Ecco allora la piazza della chiesa con al centro la fontanella sgocciolante, i riquadri tracciati sulle pietre con il gesso per giocare “a campana”. Le case tutte uguali intonacate di rosa, verdolino, celeste, che dalle porte aperte lasciavano intravedere gli ingressi a mattonelle bianche e rosse. Gli affittacamere come la signora Jole che, nella crescente moda delle vacanze al mare, avevano furbamente individuato una nuova fonte di reddito. Gli sguardi curiosi e insistenti della gente del posto verso i forestieri.  Il paese che nella calura meridiana rifugiava dietro le persiane, apparecchiava tavole, tintinnava di stoviglie.

E poi la vita in spiaggia che ruotava attorno al Bagno Vanni, con i suoi pattìni verniciati di bianco e celeste per andare al largo, godersi il paesaggio che, oltre l’arenile, lasciava intravedere la pineta, il promontorio «chiaro in alto e in basso di un rosa acceso», fino ai monti dietro Castagneto che nel controluce «apparivano annebbiati e confusi».

La Marina di Cecina raccontata in «Tempi memorabili» è ancora una località in cui la mondanità vacanziera conviveva con ritmi, azioni, odori della vita di campagna. Le donne, di prima mattina, curavano gli orti. Le anziane indossavano gonne lunghe fino alla caviglia. Tra le canne dei pomodori e dei fagioli spuntavano le loro teste avvolte in pezzuole nere. L’aria rarefatta portava rumori di trebbiatrici, la polvere sollevata dai carri agricoli, il fischio del treno in lontananza. Il paese mostrava la vita dei giorni comuni: cenci da spolvero scossi alle finestre, operosità bottegaia, le voci della vita che trova forza nella normalità.

Già diversa era la sera, quando gli anziani frescheggiavano sull’uscio di casa, paesani e villeggianti andavano a passeggio, i militari accasermati a Villa Ginori sciamavano in libera uscita. Allo chalet si ballava al suono dell’orchestrina. Dai finestroni aperti, una fitta siepe di curiosi sbirciava dentro, spettegolava, ascoltava musica, si divertiva in quel modo. Nonostante il lampadario pretenzioso e i lampioncini alla veneziana, era poco probabile trovarvi un principe. Più facile incontrare un operaio, un contadino, un garzone di bottega; al massimo il rampollo di una famiglia benestante venuta da Roma o da Firenze a villeggiare, o qualche raro buon partito del posto. Quando il giovane Fausto/Carlo torna a Roma dalle vacanze, pensa alla sua Anna e a Marina di Cecina in un’unica, idealizzata immagine. Perché «tutto era perfetto a Marina, il paese, la spiaggia, la caserma, le pinete. E il mare.»

COME I GATTI CHE SI AFFEZIONANO AI LUOGHI

Più realistico sarà, invece, lo sguardo della cassoliana Anna, protagonista di «Un cuore arido» (1961), cruda storia d’amore, dove, per sopravviverle, il cuore dovrà farsi necessariamente arido. Cassola aveva una sua tesi: che lo scrittore potesse parlare solo di ciò che conosce attraverso la propria vita. Dunque, affermava, «poiché la mia vita è Cecina, io parlo di Cecina». Ad Anna di «Un cuore arido» fa dire di essere come i gatti, che si affezionano «più ai luoghi che alle persone».

Tant’è che «se una persona la lasciava, lei ne soffriva, certo, ma poi la ferita si rimarginava; mentre se l’avessero strappata di là, dai luoghi che amava, allora sarebbe morta di dolore.» Non a caso la sua travagliata vicenda inizia e termina su quel litorale. Là si incrociano le coordinate di una rotta decisa dal destino. E quando, ormai saggia e acquietata, sa di non avere null’altro da chiedere alla vita, misura la ritrovata pace sulla distanza che c’è tra la finestra di casa e la linea dell’orizzonte dove il mare di Marina di Cecina sembra finire: «Sbadigliando e stirandosi, Anna andò in cucina. Mentre aspettava che il latte bollisse, scostò la tendina e guardò fuori. Il mare era scolorito, salvo la striscia turchina dell’orizzonte».

 

4 (continua)

 

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