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Viaggio letterario nella Toscana beach. Arrivò D’Annunzio e ‘inventò’ la Versilia

Da quando la Versilia cominciò ad essere “la Versilia”? Se proprio volessimo fantasticare su una data fondativa potremmo dire che tutto cominciò nel giugno 1906, quando Gabriele D’Annunzio (1863-1938), afflitto da svariate beghe e assediato dai creditori, lasciò per qualche mese Firenze e riparò a Marina di Pietrasanta, ospite del conte Digerini Nuti a La Versiliana, antica villa fatta costruire nel 1886 da Marianna Ginori Lisci.

Il Vate prese alloggio nella “sontuosa dimora”, edificata tra l’arenile e una estesissima pineta, insieme ai tre figli ormai maggiorenni (Mario, Gabriellino, Veniero) e alla marchesa Alessandra di Rudini. Costei provata dai postumi di una grave malattia e già prossima, nella sua veste di amante, ad essere scaricata dal focoso (ma non più con lei) Gabriele. Le sarebbe subentrata la contessa Giuseppina Giorgi Mancini detta “Giusini”.

In una lettera all’editore Emilio Treves, D’Annunzio disse di trovarsi «nel più bel posto dell’universo». Mentre, alla suddetta Giusini, si premurò di fornirle subito un’entusiastica descrizione del luogo: «Penso a lei – mi perdoni – con un poco di pietà, mentre tutta la pineta odora intorno a me e il Faro del Tino comincia a brillare tra i vapori violenti […] Qui il terreno è eccellente. La macchia è attraversata da larghi viali soffici su cui si galoppa senza rumore, come in sogno. Di tratto in tratto, per qualche radura, s’intravede il Tirreno che da Circe ha imparato a sorridere immortalmente, o s’intravede l’Alpe solitaria che sembra ancòra sotto il dominio di Michelangelo. Non so quale delle due bellezze è più insigne. La mia malinconia ondeggia tra l’una e l’altra … Si ricorda delle ore allegre? Ci ritroveremo presto?».

L’aneddotica sulla permanenza di D’Annunzio alla Versiliana è assai ricca. Dalla testimonianza di Gabriellino sappiamo che il padre «le ore più affocate del giorno le passava disteso ignudo su la sabbia, a lasciarsi bruciare dal sole». Apprendiamo inoltre che «aveva portato con sé tutto il suo canile e tutta la sua scuderia: ventinove veltri e parecchi cavalli. «E noi – ricorda Gabriellino – entravamo nell’acqua trascinandoci appresso la muta ed il branco, in un frastuono indiavolato di risa, di gridi, di tonfi, di abbaii e di nitriti». La presenza dei suoi cani esaltava particolarmente l’Immaginifico, tanto da scrivere alla Mancini: «Io sono stato accolto con pazza gioia dai miei innumerevoli cani; che sono il terrore del vicinato. Nella mia assenza hanno già trucidato una cinquantina di polli e di anatre. Ieri li ho condotti a gran galoppo su la spiaggia, tra le grida dei bagnanti e dei pescatori. Sono rimasto a cavallo tutto il giorno; e nella stanchezza ho ritrovato il sonno».

Per appagare la voracità dei levrieri dannunziani, tutti i giorni il macellaio di Pietrasanta portava alla Versiliana un intero carretto di carne. Ovviamente comprata a credito, come d’altronde accadeva con gli acquisti fatti a Il Capanno, emporio-trattoria sulla spiaggia di Marina. Ebbe il privilegio d’entrare nella lista dei creditori pure il barbiere incaricato di curare, a domicilio, il pizzetto del Vate. In attesa che l’insigne cliente scendesse dalla sua camera in vestaglia rosso sangue, al tonsore venivano comunque offerte laute colazioni. Un giorno ebbe in regalo una scatola di sigari. Venne esposta in bottega con su scritto «dono di Gabriele D’Annunzio».

Su una lapide all’interno della villa leggiamo che qui D’Annunzio scrisse la «Francesca da Rimini» quale «grido d’amore per Eleonora Duse». Le date mostrerebbero, però, un’incongruenza, considerato che la relazione con la Duse si era interrotta due anni prima del soggiorno alla Versiliana. Si è invece propensi a credere che «Francesca da Rimini», risalente al 1901, possa essere stata ideata e abbozzata nel 1899 durante una vacanza trascorsa, insieme alla Divina, in una villetta presa in affitto al Secco, tra Viareggio e il Motrone.

Nelle giornate passate alla Versiliana fu invece terminato «Più che l’amore», dramma rappresentato nel 1906, ambientato nella Roma contemporanea. Mette in scena la vicenda di un colonizzatore d’Africa ridottosi a vivere una mediocre esistenza di borghese. Il titolo sembra alludere proprio a ciò che D’Annunzio diceva di pretendere dalla Duse: molto più che amore, appunto. Lei, da grande attrice quale era, replicava: «Vorrei potermi disfare tutta! Tutto donare di me, e dissolvermi».

Sul legame tra il Nostro e i luoghi versiliesi è illuminante quanto arguì Cesare Garboli (1928-2004), giungendo a concludere che la Versilia era stata ‘inventata’ da D’Annunzio, per come ne avesse trasfigurato geografie, paesaggio, natura: «Qui D’Annunzio poteva spingere liberamente il cavallo tra la sabbia e le onde. E qui fu visitato da una cognizione fantastica e inaspettata. Vide la Versilia nella sua nudità e la fece parlare. Che dico, la fece esistere».

UN TRAGICO NAUFRAGIO

Fu tra Ottocento e Novecento che nacque la Viareggio con il grandioso lungomare, i padiglioni, le ville, la “città-giardino”. Quanto avrebbe dato a questo posto il fascino discreto che vi trovarono Eleonora Duse, Gabriele D’Annunzio, Luigi Pirandello, Grazia Deledda, Massimo Bontempelli, Ruggero Leoncavallo, Pietro Mascagni, Giacomo Puccini. Personalità che contribuirono a crearvi una tradizione culturale, stimolare iniziative come il “Premio letterario Viareggio” fondato nel 1929 da Leonida Rèpaci.

Purtroppo si era legato drammaticamente a Viareggio anche il nome di Percy Shelley (1792-1822), allorché, nell’estate del 1822, il suo corpo senza vita fu rinvenuto sulla costa viareggina. L’8 luglio Shelley, insieme a Edward Ellerker Williams e al marinaio Charles Vivian, era salpato con la propria barca da Livorno alla volta di Lerici (a Livorno aveva incontrato ByronLeigh Hunt per discutere sulla creazione di una rivista radicale che si sarebbe chiamata “The Liberal”). La goletta su cui navigavano non resse l’impatto con una burrasca e i tre morirono annegati. Trascorsero dieci giorni prima che il mare restituisse il cadavere di Shelley. Il 4 agosto avrebbe compiuto 30 anni.

Le leggi sanitarie proibivano la rimozione di resti umani o animali finiti a riva. Andavano sepolti o bruciati sul posto. Perciò le spoglie di Percy, dopo una sepoltura provvisoria di sabbia e calce viva, il 16 agosto furono cremate sulla spiaggia di Viareggio. Per volontà della moglie Mary, la pira venne cosparsa di profumi e incensi ad evocare il funerale di Miseno descritto nel sesto libro dell’«Eneide». Si narra che il cuore del defunto sia stato salvato dalle fiamme e consegnato a Mary che lo custodì fino al giorno della sua morte. La tomba con le ceneri di Percy si trova a Roma nel Cimitero degli Inglesi. Sulla lapide sono riportati tre versi del canto di Ariel dalla «Tempesta» di Shakespeare: «Niente di lui si dissolve / ma subisce una metamorfosi marina / per divenire qualcosa di ricco e strano». 

Nel settembre 1894 – pur con il dissenso di chi non riteneva degno di onori uno straniero pagano ed epicureo – Viareggio dedicò a Shelley un monumento in piazza Paolina. Nel centenario della morte (1922) uscì la pubblicazione «P.B. Shelley» curata dal viareggino Lorenzo Viani. Un secondo monumento si trova al centro della piazza intitolata al poeta, sorta sull’area dove, probabilmente, era avvenuta la cremazione.

È QUI LA FESTA

Usciamo dalla malinconica vicenda shelleyana verso più effimere divagazioni, per dire come, nell’immaginario collettivo, Viareggio sia sempre stata considerata luogo del divertimento, finanche della trasgressione a portata di middle class. Fa sorridere, in proposito, la pagina memorialistica di Giovanni Mariotti (1936) che rammenta in quale modo, verso metà Novecento, venisse considerata la città dagli abitanti dei paesi vicini: «Di fronte alla spiaggia di Viareggio formicolante di bagnanti provavamo lo stupore e l’imbarazzo che avrebbe provato un barbaro antico capitato a Olimpia. I greci gareggiavano nudi, ma per i barbari la nudità era un tabù; lo era anche per noi che abitavamo le rustiche propaggini della Versilia interna. Benché Viareggio distasse meno di dieci chilometri, credo che nessuno dei miei compaesani abbia indossato un costume o fatto un bagno in mare prima degli anni Sessanta. Per la gente del mio paese Viareggio era quel che l’Occidente è oggi per molti buoni e devoti musulmani: una sentina di vizi; quello che nell’antichità furono Sodoma e Gomorra».

Naturalmente, per chi vi abitava tutto l’anno, esisteva anche la Viareggio dei giorni spenti e tristi. Con decise pennellate, pari a quelle della sua pittura, così la descriveva Lorenzo Viani (1882-1936): «Tristezza delle giornate invernali, diacce e pioverne, in una città abituata al frastuono del Carnevale balneare: chi canterà la vostra desolazione? Gli assiti recingono i “bagni”, riducendoli come tristi luoghi di pena: i fior spampanati degli ombrelloni, zebrati di lacca e cobalto, pare siano stati portati via dal vento impetuoso di libeccio; quello verde-ramarro di tela incerata che tragitta sulla spiaggia è del pastore che vi si occulta per schivare il piovasco; quella nuvola giallastra che sfiora i faggi è la sua greggia randagia. Il mare gagliardo romba e rimbomba».

Il cantore assoluto di Viareggio resta tuttavia Mario Tobino, che vi nacque il 16 gennaio 1910 e che trascorse la sua vita sempre poco lontano da qui. Una dichiarazione d’amore per la città natale, lunga oltre duecento pagine, la esplicitò nel libro «Sulla spiaggia e di là dal molo» (tra i vincitori del Premio Campiello 1966) scritto per «ricordare una Viareggio scomparsa a coloro che oggi hanno il sorriso della gioventù». È un testo dove richiami storici, ricordi personali, vicende collettive formano un racconto che non può che dirsi lirico, se pur gestito con una scrittura essenziale, antiletteraria. È difficile estrapolarne brani. Andrebbe letto nella sua interezza, perché fatti, personaggi, paesaggio vanno, tutti insieme, a far comprendere la storia di questa città e della sua gente.

Spigoliamo tra le pagine: «Quando è per avvicinarsi la sera si alza lungo la costa una brezza che nella stagione estiva apporta il respiro della letizia. Il cielo, non più a combattere col sole, scende benevolo sopra la terra, i colori si fanno più calmi, più profondi. […] Di fronte alla vecchia Viareggio, in quella parte del viale Margherita che va dal molo a piazza Mazzini, vivono i bagni storici, che sono: il Nettuno, il Colombo, il Balena e il Felice. Sono i bagni del tempo glorioso, quando sul viale Margherita Puccini incontrava Marconi, Petrolini andava a braccetto con Fregoli, D’Annunzio lasciava sulla rena le impronte dei suoi purosangue, Rilke alloggiava all’Hotel Russie, e la contessa F. nel fondo della notte, al Kursaal, faceva fede alla promessa di ballare nel più completo abbandono. A quei tempi il popolo non partecipava direttamente alla vita dei forestieri. I viareggini erano marinai e calafati. Dire “bagnino” sfiorava l’insulto, ed anche i pescatori eran considerati timidi pulcini che corrono ogni notte alla chioccia della terra».

GENTE EDUCATA DAL MARE

Si è appena evocato Rilke (1875-1926), che a Viareggio sostò nel 1898 dopo il soggiorno a Firenze. Nel suo «Diario fiorentino» è contenuta una bella pagina sul carattere della gente viareggina – un’indole di «contenuta allegria», dice il poeta – alla cui educazione concorre il mare: «La gente, uomini e fanciulle, ignora fino a che punto siano discepoli e figli del mare, quanto siano intimamente legati allo splendore, alla collera, all’immensità di esso».

A sera – annota Rilke – quando gli abitanti raggiungono il molo ad aspettare il rientro delle barche, «sui loro tratti attenti è una gioia luminosa, e il sole basso proietta lontano le linee del loro sorriso, sulle facciate delle case di Viareggio che sembrano anch’esse partecipare alla generale allegrezza». Là – osserva il poeta – si dà convegno una variegata umanità: signore, figlie di pescatori, soldati, monaci, fanciulli sorvegliati da nere orsoline. A un certo punto, «solenni e silenziose le barche piegano con le loro ampie, sazie vele serali verso il canale increspato di onde nere. Tutta la ciurma è raccolta intorno all’albero. Ragazzi ridenti, uomini robusti, appoggiati quieti contro l’albero stesso, vecchi dai tratti rugosi e dalle toppe variopinte stretti al timone: tutta la loro antica forza sembra concentrata nella mano nerboruta e villosa che stringe la barra come l’elsa di una spada. Piegano dentro come dopo un lungo viaggio, come se al largo fossero invecchiati e ritrovassero per la prima volta la spiaggia che hanno lasciato pieni di giovane buio. Tutti recano come una traccia della gravità dell’eterno, e i loro petti, si vede, sono diventati vasti nell’animosa paura del pericolo».

Durante i giorni trascorsi a Viareggio, Rilke compose buona parte del ciclo «Lieder der Mädchen» («Canzoni delle Fanciulle»). In una di queste liriche ritroviamo immagini e sensazioni espresse nella pagina di diario appena citata: «Le fanciulle vedono le barche / puntare di lontano al porto, / e strette a due a due in timore guardano / come l’acqua bianca si fa plumbea, / poiché così usa essere la sera: / una paura». 

UN ROMANZO EDIPICO

Anche se il romanzo è detto genericamente ambientato in Versilia, è verosimile che sia Viareggio il luogo in cui si svolge la vicenda di «Agostino» (1943), opera narrativa di Alberto Moravia (1907-1990) ritenuta tra le più perfette dell’autore romano.

«Nei primi giorni d’estate, Agostino e sua madre uscivano tutte le mattine sul mare in patino. Le prime volte la madre aveva fatto venire anche un marinaio, ma Agostino aveva mostrato per così chiari segni che la presenza dell’uomo l’annoiava, che da allora i remi furono affidati a lui.» Inizia in questo modo ciò che è stato definito il romanzo più “edipico” della nostra letteratura. Storia di un tredicenne, della sua iniziazione al sesso, della sua crisi biologica, morale, affettiva dentro un’assolata estate versiliese: «[…] uscì nella strada. L’investirono subito la bianca vampa, il silenzioso fervore del solleone. In fondo alla strada, in un’aria tremolante e remota, il mare scintillava immobile. All’estremità opposta la pineta inclinava i rossi tronchi sotto le masse verdi e afose dei rotondi fogliami».

Viareggio era parte significativa dei ricordi d’infanzia di Moravia. Era il luogo in cui, all’età di dieci anni, aveva visto per la prima volta il mare. Nel 1961, al suo romanzo «La noia» fu attribuito il Premio Viareggio, un riconoscimento andato senz’altro a rinsaldare il legame tra lo scrittore e la città che lo aveva visto, bambino, aggirarsi d’estate nel «silenzioso fervore del solleone».

 

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