Dopo Portoferraio altre due località dell’isola d’Elba conservano memoria di scrittori, racconti, poesia: Marciana e Rio Marina. A Marciana, sull’estremità ovest del porticciolo, spicca la Torre degli Appiani (dal nome della famiglia che nella seconda metà del Cinquecento regnava su Piombino e le sue terre). Per diversi anni la torre fu abitazione di Raffaello Brignetti (1921-1978), ritenuto, in Italia, il maggiore scrittore di mare. Era nato all’Isola del Giglio. Trascorse l’infanzia e la prima giovinezza all’Elba, nel castello del Faro di cui suo padre era guardiano. Per frequentare le scuole elementari, tutti i giorni raggiungeva Porto Azzurro in barca.
I suoi romanzi parlano prevalentemente di mare o è comunque il mare ad essere scenario di storie spesso inquietanti, misteriose, kafkianamente assurde e indecifrabili. Si leggano in proposito i sette racconti del libro «Il gabbiano azzurro» (Premio Viareggio 1967), considerato un capolavoro degno della grande tradizione di Melville e Conrad. A Marciana Marina, Brignetti ambientò il romanzo «La deriva» (1955). Racconta di un gruppo di ragazzi e di una loro festa di fine estate che si concluderà sulla terrazza della Torre, «alta sulla diga del porto, rotonda e chiara». Una festa estenuante, pervasa di malinconia. Lo scrittore scava nella psicologia dei giovani personaggi che si rivelano irrisolti, fatui, persino tragici. Sullo sfondo, e quasi in contrasto con la indefinitezza di quei ragazzi, c’è il paesaggio tranquillo e composto dell’isola:
«Il porto è quieto come un lago di montagna. Lungo il viale i pescatori hanno steso la rete al sole. È una specie di cortina bruna che va un po’ sulle cime dei tamerici e un po’ a terra dal porto al paese. La diga di protezione del porto nasce da una scogliera sulla quale sorge la torre, alta e antica. Si prolunga sul mare. […] L’isola è chiara dalla cima della montagna alle spiagge. La luna ha fatto presto a salire. Ora si vedono anche le case del paese, i tamerici lungo il viale e il mare, il porto. La torre ha assunto un nuovo aspetto: sulla terrazza si muovono persone indistinte eppure visibili, sicché è facile ricadere in una sciocca emozione e pensare ad un sogno».
LO STRANO POETA
Sul versante orientale dell’Elba troviamo Rio Marina, già borgo di minatori e pescatori, con le sue coste luccicanti di polvere mineraria. Già Virgilio, nel libro decimo dell’«Eneide», parlava di questa «isola generosa di inesauste miniere». Era il luglio 1947 quando a Rio Marina giunse Dylan Thomas con la sua famiglia. Proveniva da Firenze, abbandonata per il troppo caldo, e vi sarebbe rimasto per circa un mese. A reperirgli una sistemazione alla “Locanda Elba” era stato Luigi Berti, originario del posto, conosciuto dal poeta gallese tra i letterati fiorentini che frequentavano il “Caffè delle Giubbe Rosse” (entrambi apprezzavano oltre misura birra e vino).
Berti, poeta e traduttore di Eliot, Melville, Hardy, e naturalmente di Thomas, aveva fondato insieme a Renato Poggioli la rivista letteraria “Inventario”, del cui comitato di redazione facevano parte personalità quali Nabokov, Eliot, Allen Tate, Robert Lowell.
Il 26 luglio, dopo qualche giorno dall’arrivo, Thomas spedisce una cartolina agli amici Bill e Helen Macalpine, manifestando entusiasmo per la bellezza del luogo: «Fortunato Napoleone! Questa è un’isola bellissima; e Rio Marina il più strano villaggio che vi esista: vi abitano soltanto pescatori e minatori: pochi turisti: nessuno dei quali straniero. Severo all’estremo. Qualcosa di simile a una Cahersiveen latina. Avvisi “Proibite le risse” in tutti i bar. Cognac dell’Elba 3 penny. Naturalmente nessun orario. Bagni meravigliosi». Agli abitanti di Rio risultò subito simpatico quello strano personaggio che si aggirava (spesso ubriaco) per i vicoli del paese, con i capelli arruffati, uno svolazzante camicione rosa, e che a volte si metteva a declamare versi in una lingua a loro incomprensibile.
Thomas lavorò qui a uno dei testi più belli della sua produzione poetica, «In Country Heaven» («Nel sonno campestre»), una favola in versi dedicata alla figlia, un poema sulla felicità rimasto incompiuto, che così inizia: «Mai e poi mai, figlia mia che cavalchi in lungo e in largo / Nella terra delle fiabe del focolare, e per incanto addormentata, / Devi temere o credere che il lupo con una cuffia bianco-agnello, / Saltelloni e belando rozzo e allegro balzerà, o cara o cara, / Da una tana nel mucchio di foglie nell’anno zuppo di rugiada / Per mangiare il tuo cuore nella casa nel bosco di rose».
Salvo che per qualche raro soffio di brezza, la calura estiva gravava su ogni angolo del borgo. Dylan sudava, sbuffava e beveva di continuo birra ghiacciata. Il 3 agosto scrive a Margaret Taylor: «Mia cara Margaret, il caldo! […] Oh, oh, oh, il caldo! Ti investe da dietro gli angoli come un animale con braccia da mulino. Mentre entro nella camera da letto, mi stordisce, mi colpisce, mi soffoca, mi fa piroettare per i capelli zuppi, mi distende piatto come una stuoia e cieco come un pipistrello sul letto bollito e fumigante. Seguitiamo a fare la spola tra i banchetti dei gelati e il farmacista. La birra fredda è Dio in bottiglia. […] Ho caldo. Ho troppo caldo. Non ho niente addosso, in questa minuscola camera d’albergo, tranne i due fiumi mollicci dei calzoni del pigiama comprato fatto da Robin. Oh, la ciclonica frigidità siberiana di un bagno turco! Nella polverosità dell’anno venne Cristo il Niger. Cristo, ho caldo! Ma amo quest’isola, e vorrei non vederla in una delle stagioni infernali».
Nella stessa lettera annunciava il suo ritorno in patria tra una settimana. Il saluto di Dylan alla gente di Rio Marina fu degno del personaggio. La sera prima della partenza, sulla Scalinata della Pergola, recitò i versi di «In Country Sleep». Donne, bambini, pescatori, minatori ascoltavano in silenzio quel fluire di parole indecifrabili. Ammaliati comunque dal suono della poesia. Nel centro del borgo, in via Principe Amedeo, dove si trovava la “Locanda Elba”, una targa ricorda che «nell’estate 1947 qui visse il poeta gallese Dylan Thomas e vi compose il poema In Country Sleep». Segue la citazione d’autore: «Fortunato Napoleone, l’isola è bellissima; e Rio Marina il paese più incredibile che esista».
FANTASTICANDO SU EDMOND DANTÈS
L’arcipelago toscano, detto anche “arcipelago dei quattro mari” (perché bagnato da mar Ligure, canale di Corsica, canale di Piombino, mar Tirreno) è formato da sette isole maggiori. Tra queste la selvaggia isola di Montecristo. Deve la sua notorietà e forza evocante al romanzo di Alexandre Dumas «Il conte di Montecristo», pubblicato a puntate sul “Journal des débats” tra il 1844 (due anni dopo il soggiorno di Dumas all’isola d’Elba) e il 1846.
L’autore, durante i giorni elbani, aveva avuto modo di avvicinarsi a Montecristo in barca. Non vi mise piede per evitare di doversi poi sottoporre a un periodo di quarantena. Si limitò a circumnavigarla e a immaginare quel posto impervio e ormai disabitato. Soprattutto fantasticò sull’antico monastero di San Mamiliano, anch’esso abbandonato, e che, secondo certe leggende popolari, nascondeva un tesoro. Dicerie che, nel corso del tempo, erano state alimentate da ripetute imprese. Nel 1549, il granduca di Toscana Cosimo I, per scoraggiare qualsiasi ricerca, aveva segnalato in zona la presenza di pirati. Nel 1670, era partita dalla Corsica una spedizione in cerca del tesoro, ma non avevano trovato che «alcuni pignatti e vasi pieni di cenere…».
Una vera scoperta avvenne, invece, nel 2004 in tutt’altro luogo: a Sovana (Grosseto), sotto l’altare della chiesa di San Mamiliano, fu rinvenuto un tesoro di monete d’oro, 498 solidi in fior di zecca databili tra il 457 e il 474, poco dopo la morte di Mamiliano. Il tesoro di San Mamiliano era probabilmente quello, si era solo sbagliato dove cercarlo (oggi le monete sono esposte nel Museo di Sovana). Nella fantasia di Dumas sarà Edmond Dantès, che, assunta l’identità fittizia di Conte di Montecristo, troverà il leggendario tesoro vendicandosi così contro la famiglia Spada, legittimi proprietari di quel bendidio.
Leggiamo nel romanzo: «“E ora – disse quando ebbe visto che Dantès era giunto all’ultima riga – accostate i due frammenti e giudicate da voi”. Dantès ubbidì; i due frammenti accostati davano l’insieme seguente: Oggi 25 aprile 1498, essendo stato invitato a pranzo da Sua Maestà Alessandro VI e nel timore che non contento di avermi fatto pagare il copricapo cardinalizio, egli voglia ereditare da me e mi riservi la sorte dei cardinali Caprara e Bentivoglio, morti avvelenati, io dichiaro a mio nipote Guido Spada, mio legatario universale, che ho seppellito in un luogo che egli conosce per averlo visitato in mia compagnia, ovverosia nelle grotte dell’isoletta di Montecristo, tutto quanto in mio possesso in lingotti, oro contante, pietre, diamanti, gioielli; che io solo sono a conoscenza dell’esistenza di tale tesoro, che può ammontare all’incirca a due milioni di scudi romani e che egli rinverrà dopo aver asportato la ventesima roccia a partire dalla caletta a est in linea retta. Sono stati praticati due pertugi in tali grotte: il tesoro è situato nell’angolo più remoto del secondo, il quale tesoro io a egli dono e cedo in totale proprietà, in veste di mio unico erede. 25 aprile 1498 Cesare Spada».
Dumas aveva così bene memorizzato (probabilmente disegnato) la collocazione dell’isola, da scrivere nel suo romanzo: «L’abate non conosceva l’isola di Montecristo, Dantès viceversa la conosceva: sovente era passato davanti a quell’isola situata a venticinque miglia da Pianosa, tra la Corsica e l’isola d’Elba e una volta vi aveva perfino fatto scalo. L’isola, era sempre stata ed era ancora deserta; è uno scoglio di forma pressoché conica, che sembra esser stato sospinto da qualche cataclisma vulcanico dal fondo dell’abisso verso la superficie del mare.
Dantès tracciava la pianta dell’isola a Faria e Faria prodigava consigli a Dantès sugli espedienti cui ricorrere per ritrovare il tesoro. Dantès tuttavia era lungi dall’essere entusiasta e soprattutto fiducioso quanto il vegliardo. Certo, era ormai certissimo che Faria non fosse pazzo e la maniera in cui era giunto alla scoperta che aveva fatto credere alla sua pazzia raddoppiava oltre modo la sua ammirazione nei riguardi del vegliardo. Eppure non riusciva a credere che tale deposito esistesse ancora, posto che mai fosse esistito, e quando non lo reputava chimerico reputava il tesoro quantomeno vacante».
MISTERO E INTROSPEZIONE
Sempre in tema di richiami letterari, pare che Agatha Christie avesse pensato, in un primo momento, di ambientare a Montecristo il giallo «Dieci piccoli indiani» (1939), ma poi decise che si dovesse svolgere su una piccola isola britannica chiamata Nigger Island. Mentre è esplicitamente l’isola di Montecristo uno dei luoghi dove volge verso il finale la vicenda raccontata da Giorgio Saviane nel romanzo «Eutanasia di un amore» (1976). Dinanzi a queste coste i protagonisti gettano l’àncora della loro barca (reale e psicologica) e vi pernottano.
I dialoghi si intersecano con il paesaggio: «Fuori c’è Montecristo, l’isola dei sogni. […] Il sole è radente, sono le sei, le cinque data l’ora legale. Non c’è un filo d’aria. I colori sono ovattati di caligine, l’isola sembra fumare di bianco, fermo, come se si fosse cristallizzato. […] Arriviamo. Sulla riva deserta, furtivi come il Conte di Montecristo. […] Affrontiamo l’isola misteriosa. […] Il sentiero esce dalla vegetazione e prosegue sulla roccia. Abbiamo di fronte una selva di piccoli picchi. […] Montecristo sfolgorava le sue bellezze al sole. […] Il sole era proprio d’oro, come il tesoro di Montecristo, sfavillava nel cielo, sui picchi di roccia, sostava sul verde di Cala Maestra».
MUOVASI LA CAPRAIA E LA GORGONA
In virtù dei celebri versi della «Divina Commedia», le isole di Capraia e Gorgona (la più piccola dell’intero arcipelago, 2 chilometri quadrati) sono spesso citate insieme. Capraia deve il suo nome alle capre selvatiche che un tempo, insieme alle foche monache, costituivano la prevalente popolazione animale. Davanti alla fortezza San Giorgio, eretta dai Genovesi agli inizi del Quattrocento, sorge il palazzo dove, come indica una targa, nel 1856 trovò asilo Francesco Domenico Guerrazzi.
Qui aveva riparato dopo la fuga dall’esilio in Corsica a cui era stato condannato per il ruolo di primo piano svolto in Toscana durante la rivoluzione del 1848-49. A Capraia soggiornò per una settimana, per poi raggiungere Genova dove, con il beneplacito di Cavour, restò fino al 1862.
Dante evoca le due isole nel canto XXXIII dell’Inferno (79-84) quando parla del conte Ugolino, sospettato di antropofagia. In tale circostanza il poeta pronuncia una durissima invettiva contro la città di Pisa, patria dello stesso Ugolino. La definisce vergogna dei popoli di tutta Italia, e poiché le città vicine non si decidono a punirla, auspica che le isole di Capraia e Gorgona si spostino, chiudano la foce dell’Arno, così da far annegare tutti gli abitanti della città: «Ahi Pisa, vituperio de le genti / del bel paese là dove ’l sì suona, / poi che i vicini a te punir son lenti, // muovasi la Capraia e la Gorgona, / e faccian siepe ad Arno in su la foce, / sì ch’elli annieghi in te ogne persona!».
Per D’Annunzio, che «a mezzo il giorno» («Meriggio») scruta la bonaccia di un «mare etrusco», la Capraia e la Gorgona appaiono distanti ed evanescenti: «[…] e più lontane, / forme d’aria nell’aria, / l’isole del tuo sdegno, / o padre Dante, / la Capraia e la Gorgona».
Anche nel Montale della «Casa sul mare» («Ossi di seppia») ci sono una «bonaccia muta» e un’«aria migrabonda» entro cui – metafora di una vita dove nulla accade – si scorgono a malapena la Capraia e, in tal caso, la Corsica: «Il viaggio finisce a questa spiaggia / che tentano gli assidui e lenti flussi. / Nulla disvela se non pigri fumi / la marina che tramano di conche / i soffi leni: ed è raro che appaia / nella bonaccia muta / tra l’isole dell’aria migrabonde / la Corsica dorsuta o la Capraia».
CON IL PENSOSO PALOMAR
Torniamo in terra ferma per poi scendere in Maremma, a Roccamare (pochi chilometri da Castiglione della Pescaia). Un luogo più volte ricordato nelle cronache letterarie, poiché, per molti anni, buen retiro di tre significative figure del nostro secondo Novecento: Italo Calvino, Pietro Citati, Carlo Fruttero.
Calvino si trovava nella sua casa di Roccamare quando, il 6 settembre 1985, venne colpito da ictus. Ricoverato d’urgenza all’Ospedale Santa Maria della Scala di Siena, vi morì il 19 settembre. Quell’estate, a Roccamare, aveva alacremente lavorato alle sei lezioni da tenere alla Harvard University nell’anno accademico 1985-1986. Per la prima volta nella storia della prestigiosa università statunitense le “Charles Eliot Norton Poetry Lectures” erano state affidate a un italiano.
Nel passato le avevano svolte personalità come T.S. Eliot, Igor Stravinsky, Jorge Luis Borges, Northrop Frye, Octavio Paz. Come raccontò la moglie Esther, «il dattiloscritto si trovava sulla sua scrivania, in perfetto ordine, ogni singola conferenza in una cartella trasparente, l’insieme raccolto dentro una cartella rigida, pronto per essere messo nella valigia». Mancava solo la sesta lezione che sarebbe stata scritta in America. Quei testi, pubblicati postumi in volume (1988), sono noti con il titolo di «Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio».
A Roccamare era stato elaborato anche «Palomar», ultimo romanzo di Calvino uscito nel 1983. Il signor Palomar è un tipo taciturno e solitario, pensa molto al dubbio e all’incertezza che contraddistinguono l’esistenza umana. Con estrema razionalità riflette sulle cose, dalle più semplici alle più complesse, come quando si ferma ad osservare le onde del mare: «Il mare è appena increspato e le piccole onde battono sulla riva sabbiosa. Il signor Palomar è in piedi sulla riva e guarda un’onda. Non che egli sia assorto nella contemplazione delle onde. Non è assorto, perché sa bene quello che fa: vuole guardare un’onda e la guarda».
I resti mortali di Italo Calvino riposano nel cimitero di Castiglione della Pescaia, tra rose, siepi di rosmarino e macchia mediterranea. Là è sepolto anche l’amico Carlo Fruttero. Per anni avevano lavorato fianco a fianco alla Einaudi, entrambi trascorrevano i mesi estivi nelle loro case a Roccamare. Era il luogo ad avere scelto loro.
Avevano conosciuto il posto grazie al comune amico Pietro Citati, che già da anni, insieme a sua moglie Elena di origini maremmane, vi aveva comprato casa per i periodi estivi. La sensazione di Citati era stata che a Calvino fosse piaciuto Roccamare per come questo tratto di costa toscana potesse richiamargli i luoghi liguri della sua infanzia: «A Italo piacevano i luoghi chiusi in se stessi, circondati da una natura protettiva. A Roccamare, con il suo promontorio e la sua pineta a fare quasi da muro di cinta al mare, trovò tutto questo, e trovò anche quel richiamo alle origini che avevo sospettato. La Liguria è infatti una regione dove tutto è molecolare: le piccole spiagge, le terrazze dedite ognuna ad una singola coltivazione».
UN APPARTATO MARE
L’arrivo di Carlo Fruttero in Maremma è raccontato con dovizia di particolari dalla figlia Maria Carla nel libro di memorie «La mia vita con papà» (2013). Da lei apprendiamo che i genitori cercavano un posto per le vacanze estive che non fosse la Liguria, dove tutti i torinesi si riversavano. Pensarono alla Toscana, escludendo la Versilia troppo mondana e costosa o altre località già assiepate di case e folle vacanziere.
«La soluzione – scrive Maria Carla Fruttero – arrivò inaspettata. Papà aveva condiviso questo desiderio di “radici estive” con il suo caro amico Gianni Merlini, torinese sui generis come papà, con moglie inglese e padre di tre figli. Anche lui non amava le classiche località liguri, anche lui desiderava che i suoi figli avessero amici di altre città e anche lui aveva pensato alla Maremma e stava appunto andando a visitare un posto di cui gli aveva parlato il suo amico Pietro Citati, proprietario di una villa nel cuore della campagna maremmana.
Gianni e papà partirono in treno da Torino e arrivarono dopo un viaggio estenuante a Castiglione della Pescaia, piccolo borgo medievale aggrappato a un poggio, dominato da un castello fiabesco ricoperto di edera, pieno di vicoletti, archi, salite e discese impervie, mura di pietra, poche botteghe caratteristiche, un porticciolo occupato perlopiù da gozzi e pescherecci e una vista ineguagliabile sulle isole di fronte. Dopo un caffè al bar La Pergola e un breve assaggio della vita del paese, proseguirono in auto verso la Pineta di Roccamare, trasformata di recente in comprensorio residenziale, privato e recintato, dall’architetto fiorentino Ugo Miglietta che, ottenuto il terreno dal conte Ginori Conti, ne aveva ricavato duecento lotti, in vendita da qualche anno.
Quando papà e Gianni entrarono a Roccamare, le case erano sì e no una ventina. La pineta era rigogliosa, traboccante di cespugli di macchia mediterranea, attraversata da strade asfaltate strette che si snodavano armoniosamente tra i pini, si aprivano su piazzette e slarghi inaspettati per poi restringersi in stradelli di ghiaia rosata, percorribili solo a piedi o in bicicletta, in prossimità del mare. La spiaggia era lunga, ampia, costellata di capanni di canniccio al posto dei classici ombrelloni, la sabbia fine, il mare trasparente. Il silenzio, rotto dal cinguettio di miriadi di uccelli, l’atmosfera quieta e raccolta, erano l’ideale per trascorrere i mesi estivi insieme alla famiglia, al riparo dalla folla e dal traffico, in assoluta sicurezza per noi bambini. Non ci volle altro per convincerli: sulla mappa numerata appesa nello studio di Ugo Miglietta, scelsero il lotto 150, a pochi passi dal mare. In meno di un anno su quel terreno sarebbe sorta la nostra bifamiliare: due case completamente distinte e indipendenti, separate da un muro di pietra, ma comunque vicine perché nella vita non si sa mai ed è sempre meglio avere qualcuno di fidatissimo a portata di voce, qualunque cosa capiti…».
Era il 1968, e sempre la figlia racconta che per acquistare quel terreno suo padre si era indebitato con la banca confidando nei futuri introiti che sarebbero potuti derivare dal romanzo «La donna della domenica», scritto come sempre in coppia con Franco Lucentini. Quanto sperato trovò proficui esiti. Il libro, pubblicato nel 1972, riscosse grande successo, e così l’adattamento cinematografico che, tre anni dopo, venne realizzato con la regia di Luigi Comencini.
Appartengono ai ricordi di Maria Carla anche alcune scene di vita quotidiana con quegli amici di famiglia così riservati da risultare scontrosi: Citati «uomo burbero», amante del mare, «formidabile ed accanito nuotatore» che «arrivava in spiaggia verso le 9.30, si tuffava e a nuoto poteva arrivare fino al Castello delle Rocchette»; Calvino, «persona schiva», che, invece, «si sarà visto in spiaggia solo quattro volte», e se arrivava lo faceva «la sera, dopo le 19, quando non c’era praticamente nessuno».
A Carlo Fruttero è stato intitolato il belvedere di Castiglione della Pescaia. È tra via Calvino e la piazza cui è stato dato il nome del direttore d’orchestra Georg Solti, anch’esso, fin dagli anni Sessanta, periodico abitante di Roccamare. Pochi lo sapevano. D’estate, era in quell’angolo di Maremma che s’appartavano le Muse.
6 (fine)