Diceva Cesare Pavese («Dialoghi con Leucò») che «un’isola non è uno scoglio, è un mondo». E, nel suo piccolo, anche l’Isola d’Elba è un mondo: di storia, natura incontaminata, umanità. Il capoluogo è Portoferraio, nome che risale al medioevo, in quanto scalo delle miniere di ferro, e perciò detta Ferraia. Qui fa tappa il nostro viaggio suggerito dalla letteratura, talvolta dalla storia divenuta letteratura, come nel caso dei personaggi e delle vicende di cui daremo conto. Sbarcati a Portoferraio, una singolare notizia l’apprendiamo subito in piazza della Repubblica, all’interno del palazzo comunale, un edificio d’epoca medicea chiamato “la Biscotteria”, perché fatto costruire nel 1562 da Cosimo I per la produzione del pane alle guarnigioni, poi diventato panificio per tutta l’Elba.
Tra le diverse lapidi presenti nel cortile ce n’è una che ricorda come Victor Hugo (1802-1885) avesse trascorso quasi un anno della sua primissima infanzia all’isola d’Elba (nel centro storico di Portoferraio c’è pure una strada intitolata a lui). Il soggiorno elbano del fanciullino Victor fu dovuto a certi guai del padre, Joseph Léopold Sigisbert Hugo, militare di carriera, che il suo cursus honorum vide disonorato da una brutta storia di corruzione. Ergo, lui e l’intero battaglione di cui era al comando vennero spediti all’Elba per difenderla dagli inglesi e dai pirati. Nella primavera del 1803 il generale Hugo giunse a Portoferraio con i tre figli Abel, Eugène e l’ultimo nato Victor, accudito dalla balia Claudine. La moglie Sophie era rimasta a Parigi nell’intento di trattare soluzioni meno disagevoli per la sua famiglia. Questa la versione ufficiale dietro la quale si mascherava una separazione di fatto.
Padre e prole si accasarono alla Biscotteria, dove in seguito avrebbe trovato un primo alloggio anche Napoleone. Dalle lettere intercorse tra i coniugi Hugo, apprendiamo delle preoccupazioni paterne per la cagionevole salute di Victor che, nato prematuro, cresceva a stento. Così come sappiamo dello smarrimento del piccolo dinanzi a una tata indigena – chiamata a supporto di quella venuta dalla Francia – che gli parlava in tutt’altra lingua. Il risultato fu che le lallazioni dell’infante presero più ad assomigliare al dialetto isolano che ai suoni d’oltralpe.
Negli anni a venire, l’orgoglio degli elbani avrebbe avuto di che gonfiarsi leggendo le biografie del celebre Victor Hugo. Per lo storico Alain Decaux era stata «l’etrusca isola del ferro a dare al fanciullo il primo accento». Secondo Charles Saint-Beuve, scrittore e critico letterario, «la prima natura che si specchiò nelle pupille di Victor fu l’aspra e severa fisionomia di un luogo poco notevole allora, ma insigne di poi». Ed anche a detta di Alexandre Dumas «la première langue que parla l’enfant fut la langue italienne».
A proposito di Alexandre Dumas (1802-1870) va ricordato che soggiornò in Italia ripetute volte, trattenendosi per lunghi periodi in Toscana dove ebbe modo di frequentare la casa fiorentina di Matilda Bonaparte, moglie del conte russo Anatoli Demidoff, nonché figlia del principe Jérôme, fratello di Napoleone. Proprio Jérôme, grande estimatore di Dumas, chiese allo scrittore di fare da guida al suo giovane figlio Luigi Napoleone in un viaggio di formazione che dovesse comprendere anche l’Isola d’Elba, luogo d’esilio dello zio empereur. E così fu.
Dopo un rocambolesco viaggio in barca, il 28 giugno 1842 approdarono a Portoferraio. Si trattennero sull’isola una decina di giorni, bene accolti dalla popolazione. Dumas riferisce del soggiorno elbano nel libro «Causeries» (1857) e non manca di ricordare la calorosa accoglienza della popolazione che tributò agli ospiti «una festa continua». Un entusiasmo – a parere dell’autore – dovuto al fatto che «Napoleone è un Dio per gli elbani. Egli ha fatto per loro, durante i nove mesi in cui è stato sovrano dell’isola, più di quanto Dio abbia pensato di fare per far sorgere l’Elba dal fondo del mare. Prima di lui, gli elbani non conoscevano che Dio; dopo di lui conobbero Dio e Napoleone».
Dumas riferisce inoltre di una visita molto particolareggiata all’isola, alle ville abitate da Napoleone, alle miniere di ferro di Porto Longone; ed anche di un’esperienza di pesca al tonno e di una battuta di caccia organizzata sull’isola di Pianosa, che «deve il suo nome alla sua pochissima elevazione sul livello del mare».
NELLA PRIGIONE DI FORTE STELLA
A Portoferraio, altro richiamo letterario è costituito dal Forte Stella (ha una struttura a pianta stellare) anch’esso fatto erigere nel 1548 da Cosimo I con funzioni di avvistamento e difesa. Nel 1833, a causa del loro attivismo risorgimentale, qui vennero incarcerati Francesco Domenico Guerrazzi (1804-1873) e Carlo Bini (1806-1842). Guerrazzi vi stese la parte finale del romanzo «L’assedio di Firenze» e le «Note autobiografiche» in cui dice di sé: «in prigione, e lontano dai miei, col desiderio rivolto a tante cose dilette, in mezzo a una isola, dentro una stella che non è quella di Venere, dentro una stanza angusta, sozza, nuda, solo con la mia coscienza che m’irraggia di pace il carcere, che mi farebbe sorridere al patibolo».
La reclusione dentro quelle mura suggerì a Carlo Bini la scrittura de «Il Forte della Stella», un dialogo infarcito di pungente ironia tra «Carlo a un’inferriata, che fischia sbadatamente, e il signore Innocenzio Tienlistretti, che viene verso l’inferriata badando dove mette i piedi». Bini vi produsse inoltre il «Manoscritto di un prigioniero», un testo che va ben oltre l’ambito della memorialistica risorgimentale, caratterizzandosi per la modernità della forma in cui si alternano autobiografia, romanzo, drammaturgia, saggio politico. Opera innovativa sotto il profilo letterario e, non di meno, rivoluzionaria per come propugni una politica di uguaglianza, attenta ai diritti dei più poveri.
IL SOVRANO DELL’ELBA
Già lo abbiamo anticipato. Il personaggio più illustre inscritto nella storia dell’Elba resta Napoleone Bonaparte. Non vi giunse certo da curioso viaggiatore, ma da esule. Avvenne dopo la battaglia di Lipsia (16-19 ottobre 1813) che concluse la fallimentare campagna napoleonica in Russia e nell’Europa Orientale e che segnò la fine dell’Impero. Napoleone firmò il trattato di Fontainebleau e l’11 aprile 1814 abdicò. In cambio – quasi una beffa per chi aveva imperato su mezza Europa – divenne sovrano dell’isola d’Elba, 224 chilometri quadrati assurti a principato.
Iniziò così l’esilio di Bonaparte, che fuggito verso il sud della Francia, si imbarcò a Marsiglia su una fregata inglese e il 4 maggio 1814 arrivò all’Elba dove sarebbe restato per dieci mesi, fino al 26 febbraio 1815, quando ripartì in gran segreto per tornare in Francia, intenzionato a riprendersi il potere. Le rinnovate ambizioni dell’imperatore capitolarono definitivamente con la sconfitta di Waterloo il 18 giugno 1815. Seguì il permanente esilio sull’isola di Sant’Elena, dove sarebbe morto il 5 maggio 1821.
Come racconta anche Walter Scott in «Vita di Napoleone» (1827), l’imperatore si premurò di annunciare il proprio arrivo all’Elba facendo recapitare al governatore dell’isola, il generale Jean Baptiste Dalesme, questo messaggio: «Generale, io ho sacrificato i miei diritti agli interessi della Patria e mi sono riservato la sovranità e proprietà dell’Elba: a ciò hanno acconsentito tutte le potenze. Compiacetevi di far conoscere il nuovo stato di cose agli abitanti e la scelta che ho fatto della loro isola per mio soggiorno in considerazione della dolcezza dei loro costumi e del clima. Diteli che essi saranno l’oggetto del mio più vivo interesse.» Rullarono, quindi, i tamburi dei banditori e il proclama risuonò in tutta l’isola.
Una cronaca coinvolgente e puntuale dei trecento giorni elbani di Napoleone è offerta dal romanzo storico «N» di Ernesto Ferrero (Premio Strega 2000). Pagine che lasciano intendere un accurato lavoro di documentazione, restituito con grande perizia narrativa, ironia, eleganza di scrittura. L’autore affida il racconto, in forma di diario, a Martino Acquabona (personaggio di finzione), un elbano acculturato e timido, nominato bibliotecario dell’imperatore, verso il quale non nutre affatto ammirazione. Anzi, se fosse per lui, quell’eroe borghese che aveva dissestato l’Europa andrebbe ucciso.
Nonostante il tacito astio, Acquabona resta incuriosito e anche un po’ affascinato dalla personalità enigmatica del Bonaparte. Soprattutto ora che può osservarlo in una quotidianità pressoché inutile, per niente eroica, circondato da un residuo di corte che, insieme al proprio sovrano, cerca di darsi una ragione d’esistere. Martino registra così sul suo diario i giorni di quel simil-regno inscenato su un’isola di 13.000 abitanti – pescatori, contadini, minatori – ed ora brulicante di generali, soldati della vecchia guardia, dignitari, nobildonne. Al timido ma sagace bibliotecario non sfugge nulla, nemmeno quando Bonaparte progetterà la fuga dall’Elba per riprendere le armi; tant’è che proverà addirittura a fermarlo. Martino Acquabona tutto vede e giudica, e sconsolato riflette sulle miserie della storia e della natura umana.
MI SI È RISTRETTA LA REGGIA
Il neo sovrano dell’Elba attraccò, dunque, alle sponde del suo minuscolo regno il 4 maggio 1814, accolto dal gran fervore dei notabili e della gente del luogo. Ecco la scena dello sbarco come la leggiamo nel divertito racconto di Ferrero che, d’ora in avanti, per voce dell’immaginario Acquabona, ci fornirà accurato resoconto dei giorni elbani di N.: «Alle quattro del pomeriggio la bandiera con le api dorate è ascesa sul pennone del Forte Falcone. I cannoni dell’Undaunted e gli urrà dei marinai inglesi, che arrivavano distintamente sin qui, hanno annunciato che l’Imperatore lasciava la nave. I cannoni di Forte Stella cominciano a tuonare. Ci precipitiamo in darsena. Pioviggina, la giornata è color grigio perla, quaresimale. Il colore delle cose sospese.
La lancia dell’Imperatore è sbucata dalla torre della Linguella come dalla quinta di un teatro, s’è fatta largo nel brulichio di barche che l’accompagnavano. Poche bracciate, e già procedeva languidamente sullo slancio. I ventiquattro marinai hanno alzato i remi come alabarde in parata. […] Venti braccia si sono protese a fermare la corsa della lancia e assicurarla alle bitte del molo. Nello scompiglio di mantelle, sciabole, piume e sciaccò, la barca dell’Ospite beccheggiava e l’Imperatore è stato fermamente sorretto da due rosse cariatidi inglesi, che gli stavano alle spalle. Finalmente è saltato sul molo con la superstite grazia d’un vecchio cavallerizzo.
Pallidissimo, di busto assai lungo e tondeggiante, gamba corta. Per questo fa miglior figura a cavallo, e credo che Lui lo sappia benissimo; ma i cavalli non erano ancora stati sbarcati. Sulla fronte stempiata gli gira a virgola il famoso ciuffo, d’un castano un po’ spento, tendente al grigio. Sembra non avere ciglia, né sopracciglia. Si è passata più volte la mano sul viso. Ha trattenuto nel naso un piccolo rutto, come se una burrasca gli avesse commosso lo stomaco. Aveva l’aria di uno dei tanti commercianti che arrivano dal continente e anche se la traversata è breve non vedono l’ora di mettere piede a terra».
Il Bonaparte, sull’immediato, prese alloggio al municipio, nell’edificio un tempo fabbrica di biscotti: «Miglior alloggio non s’è trovato per l’Ospite. Cinque stanze al primo piano, quelle stesse in cui una decina d’anni fa abitava a muso torto il comandante Hugo con tre figli rachitici e scontrosi, dopo che la moglie l’aveva abbandonato con la scusa di andare a trattare affari a Parigi.» Per offrire una degna residenza all’imperatore, si mise subito mano alla ristrutturazione della Palazzina dei Mulini, fatta costruire nel 1724 dal granduca di Toscana Gian Gastone de’ Medici in posizione di controllo sui movimenti del porto:
«L’Imperatore passa le sue giornate ai Mulini, contornato da un codazzo di piumati. Percorre le stanze a passo di carica, prende misure. Quanto al giardino, ha già deciso dove sistemare gli alberelli d’arancio, i mirti, i lauri, le rose. Drout [il generale Antoine Drout che aveva accompagnato Napoleone all’Elba e da lui sarebbe stato nominato governatore dell’isola] lo segue con aria compunta; Bertrand [Henri Gatien Bertrand, fedele aiutante di campo, nonché Conte dell’Impero] s’affaccia nelle stanze ancora tepide della presenza dei precedenti abitatori con un’ombra di disgusto. Monsieur Pons [André Pons de l’Hérault, convinto giacobino, amministratore delle miniere elbane] capita lì come per caso, vorrebbe dare consigli ma non osa; non va mai via, lo devono congedare a forza. Il Maire Traditi [Pietro Traditi, l’allora sindaco] saltella ovunque, radioso per la soddisfazione d’aver suggerito lui a Sua Maestà quella sistemazione. È arrivato l’architetto: si chiama Bargigli [Paolo Bargigli, nato a Livorno], è romano, piccolo e nervosissimo. S’è avuto un diluvio di indicazioni sul da farsi. L’Imperatore lascia intendere che la presenza dell’architetto è più un gesto di degnazione sua che una necessità, vista la passione di costruttore di cui Egli ha dato prova. Il maggior lavoro è la sopraelevazione del corpo centrale, destinato a diventare il più importante dell’intero complesso. N. adatta per sé il piano terreno, riservando il primo piano, incluso il grande salone centrale già perfettamente schizzato sulle carte, all’imperiale consorte e al figlio, che tra poco lo raggiungeranno. Dei due assenti parla spesso – persino con Pons – con accenti della più viva tenerezza».
Dopo circa quattro mesi la Palazzina fu abitabile. Oltre alla Galleria del pianoterra e al salone del primo piano, vi erano state ricavate una trentina di stanze. L’imperatore desiderò però anche una residenza di campagna, una ‘maison rustique’. Acquistò così una casa in località San Martino: «La casa è un edificio assai semplice, a un piano, già adibito a magazzino, in fondo alla valle, tra canne, ulivi, vigneti, castagni, dove la collina assume una certa asprezza di montagna. Il luogo è appartato, passabilmente fresco, composto in una sua grazia da quadretto di genere. La baia appare tremolante laggiù in fondo, cilestrina; la fortezza, con la distanza, acquista leggerezza di linee, come disegnata a china; sembra prossima a involarsi dolcemente.
L’Imperatore ha preso ad andarci ogni giorno con i suoi fidi architetti e muratori, Bargigli e il Bettarini [Luigi Bettarini, architetto nativo di Portoferraio] in testa a tutti. Ama togliersi la redingote, mettersi un cappellaccio di paglia, brandire attrezzi da muratore e da contadino, tra lo scherzo, la minaccia e il lavoro vero. Sembra che non abbia altro desiderio che legare i tralci dei fagioli, e potare le viti. Beve lungamente da una piccola fiaschetta di cuoio, inondandosi il volto quando è accaldato. Dicono che avesse la più bella vigna di Corsica. Invecchiando, anche lui torna alla terra, come tutti».
Altro luogo legato alla mitografia napoleonica è il romitorio attiguo al santuario della Madonna del Monte, nei pressi di Marciana. Ancora nelle pagine del romanzo di Ernesto Ferrero leggiamo: «[…] l’Imperatore ha scoperto le bellezze del Santuario della Madonna del Monte, e ha deciso di passarvi le settimane più calde dell’estate. […] Se esistono paesaggi fraterni, quello che avremmo voluto essere se non ci fosse stata assegnata l’imperfetta scoria umana, la salita che porta alla Madonna del Monte è di quelli. […] N. ha deciso che il romitorio gli conviene. Il luogo è fresco, sicuro, a due ore di cavallo da Portoferraio; di lassù può continuare a governare i propri affari. Ha impartito ordini a Bertrand su come ricavare un alloggio decoroso dalle camerette degli eremiti, che saranno rimandati a Marciana: un’anticamera, una stanza per gli ufficiali, un gabinetto di lavoro, una camera da letto, una stanza per il Gran Maresciallo; un bugigattolo fungerà da cucina. Lo spiazzo antistante e i boschi ospiteranno le tende della Guardia e dei camerieri: c’è posto per tutti, acqua e frescura non mancano. Saranno contenti gli Inglesi di sapere che N. si fa monaco. Alì e Marchand [Louis-Étienne Saint-Denis detto Alì e Louis Joseph Marchand, devoti camerieri di Napoleone] apparivano commossi per il loro padrone perché salendo di poche braccia oltre il Santuario, tra i massi bigi e le erbe gialle per siccità, si può vedere la Corsica in tutta la sua estensione, metà fortezza e metà leviatano dormente. Al pomeriggio il sole lascia colare tra le due isole un largo fiume dorato, abbagliante: allora anche la Corsica si dissolve in quello, come i pensieri di chi guarda. […] L’Imperatore ha chiesto di essere lasciato solo tra quei massi; è rimasto a lungo in meditazione, a puntare la sua isola ormai invisibile nel controluce del tramonto».
LE DONNE DELL’IMPERATORE
La moglie e il figlio mai avrebbero raggiunto Napoleone all’Elba, nonostante le supplichevoli lettere indirizzate da lui alla consorte. Vi giunsero, invece, la madre Maria Letizia Ramolino, altrimenti detta Madame Mère, e la sorella Paolina. La madre abitò a Portoferraio (in via Ferrandini una lapide indica la casa) e, nel periodo in cui il figlio si era trasferito alla Madonna del Monte, a Marciana, in via delle Fonti.
«Le rare volte che Madame Mère esce a passeggio con le sue dame, non dà confidenza. Accoglie i segni di deferenza, i bambini che offrono fiori, persino qualche applauso, senza mutare cipiglio. La severità degli abiti e del contegno contrasta con i colori infiammati del volto. Si pitta in modo incredibile: le guance sono rosse come due pomi d’autunno, e questo le dà un’aria stranita di uccello esotico, di quelli che lo stesso pittore che li ritrae non ha ancora deciso se sono mansueti o pericolosi».
Anche Paolina Bonaparte, sorella minore dell’imperatore e gaia sposa infedele di Camillo Borghese, volle essere vicina al fratello esule. Dopo una prima visita nel giugno, si stabilì all’Elba a partire dalla fine di ottobre. Arrivò con il suo «seguito di dame e servette, carrozza e cavalli, un numero incalcolabile di bauli» e si installò ai Mulini, negli appartamenti inutilmente predisposti per l’imperatrice.
Come era stato previsto, con l’arrivo di Paolina la vita di corte prese un certo brio. Si dette subito a organizzare feste campestri, balli mascherati, concertini, rinfreschi. «La domenica Paolina accusa emicranie, spossatezza: è l’unica a disertare le sacre cerimonie che si tengono al piano terreno. Al caffè del Buon Gusto un caporale ha fatto l’imitazione di Monsieur Pourgon che la visita accuratamente, cacciandole la testa tra le gambe, e si rialza proclamando trionfalmente che la principessa soffre di “stato costante di eccitazione dell’organo uterino”. Di certo la principessa Borghese si comporta come certe fanciulle inquiete che hanno bisogno di un saldo manico maritale. Ride per nulla, fra trilli e gorgheggi. Però v’è chi la difende: è l’unica della famiglia venuta fin qui ad alleviare le pene del fratello, non come gli altri ingrati. Dicono che è generosa, niente affatto sciocca. Semplicemente ama la vita».
Solo per una fugace visita, nella notte del 1° settembre, sbarcò in incognito, sulla spiaggia di San Giovanni, la contessa Maria Walewska, che, per amor di patria (la Polonia), nel 1807 era stata spinta a diventare amante di Napoleone, del quale, poi, si sarebbe realmente innamorata. All’epoca lei aveva 21 anni ed era già sposata (anche in tal caso un’unione di mero interesse) con il conte Anastasy Colonna Walewski.
Maria giunse all’Elba con il figlioletto Alexandre, di quattro anni, il cui vero padre era Napoleone. A rischio di clamorose gaffes, a corte si diffuse la voce che era finalmente arrivata l’imperatrice Maria Luisa e il piccolo Napoleone Francesco. Non si comprendevano, però, le ragioni di quello sbarco in clandestinità. Ben presto risultò chiaro l’equivoco, e dunque massima riservatezza, «perché tra i primi doveri di un Sovrano c’è quello di proporsi a tutti come esempio di moralità».
La famigliola alternativa del sovrano venne fatta salire su una carrozza alla volta di Marciana Marina, dove ad attenderla c’era Napoleone. Da lì, a dorso di cavallo, si inerpicarono fino all’Eremo della Madonna del Monte. «La luna se n’è andata, si avanza a fatica in un nero di pece. Arrivati verso l’una, consumata la cena che N. ha fatto preparare. Sua Maestà, di ottimo umore, scalca le carni con le sue mani, e riserva tenerezza al bambino, assai vivace. La dama velata è d’altezza media, bionda, carnagione rosata. Incantevole nei tratti, dolce nella voce e nei gesti; abbigliata di faille grigia, una stoletta d’ermellino sulle spalle; la sua devozione verso l’I. commovente. La dama di compagnia e l’ufficiale polacco sono i fratelli di lei, le assomigliano molto.
Dopo la cena, N. accompagna Madame nelle stanze del romitorio, e si ritira nella sua tenda. Nel cuore della notte scoppia un uragano con tuoni e saette. Alla luce dei fulmini l’Imperatore è visto abbandonare la propria tenda in veste da camera, il soprabito sulle spalle, e dirigersi al romitorio. Ne esce all’alba. (Qui gli occhi di Alì brillano di una malizia che non gli conoscevo). L’indomani la tempesta lascia cielo e aria d’una trasparenza cristallina. Il dorso grigio delle montagne di Corsica s’è fatto così vicino che quasi lo si può toccare. Passeggiate nei boschi di Sua Maestà con Madame e figlio; lunghi colloqui. Madame torna con occhi pieni di lacrime. La sera cena al Santuario. Un polacco cava un flauto dalle sue giberne e suona arie popolari del suo paese. Madame deve ripartire alle prime luci del giorno dopo».
LES ADIEUX
Illuso di una sua rivincita, Napoleone lasciò Portoferraio il 26 febbraio 1815 alla volta della Francia. «Alle sette l’Imperatore compare sul molo dov’era sbarcato dieci mesi fa. Lo attende il canotto dell’Inconstant. Sulla folla ammassata scende il silenzio; si sente soltanto piangere un bambino, un pianto inconsolabile. I soldati si mettono a cantare la Marsigliese; dapprima esitante, il canto prende forza… “Le jour de gloire est arrivé”… Vedo che molti si lanciano a baciare le mani dell’Imperatore, che a sua volta abbraccia il Maire Traditi e Foresi [Vincenzo Foresi, astuto e ricco commerciante elbano che era pure riuscito a far parte della Guardia d’Onore dell’imperatore].
Traditi ha preparato un discorsetto, ma nemmeno stavolta gli riesce di parlare. N. lo ferma con poche parole: – Dite a questa buona gente che ha voluto darmi una prova così calda d’affetto che siano dei bravi cittadini e io li saprò ricompensare. – Viva l’Imperatore – gridano. La scialuppa sovraccarica si stacca esitante dal molo, i marinai della Guardia faticano come se dovessero remare in un mare di colla. Esattamente come al suo arrivo, l’Orco sta confuso tra i suoi marinai come un qualsiasi bagaglio. Vedo la scialuppa aggirare la Torre della Linguella. Ancora dieci minuti, e il cannone della Stella annuncia che N. è salito sulla nave. Viva l’Imperatore».
Quei dieci mesi sarebbero bastati per far guadagnare all’isola d’Elba il suo posticino nella storia.
5 (continua)