Home » Viaggio letterario nella Toscana beach. Quelli che… ci troviamo al Caffè Roma

Condividi su:

Libri collegati

Viaggio letterario nella Toscana beach. Quelli che… ci troviamo al Caffè Roma

Non solo mondanità, frivolezze e spocchia. C’è stato un tempo in cui a connotare Forte dei Marmi fu anche una nutrita rappresentanza dell’italica intellighenzia. Dagli ultimi anni Venti e fino alla metà del Novecento, al Forte conveniva in vacanza il fior fiore di intellettuali e artisti. Si incontravano abitualmente all’ombra del “quarto platano” del Caffè Roma, poco distante dal fortino lorenese. Là sedevano Enrico Pea, Giovan Battista Angioletti, Carlo Carrà, Giuseppe De Robertis, Ardengo Soffici. E, nel tempo, molti altri si aggiunsero, quasi l’intero gotha della letteratura novecentesca.

Sopra l’ingresso del Caffè, in una targa il cui testo fu dettato nel 1969 da Piero Bigongiari, leggiamo: «Sotto le molli ombre di questi platani / ancora memori e stormenti al candore dei marmi del Forte / passarono ore e stagioni felici e feconde / auspice e nume del luogo Enrico Pea / Giovan Battista Angioletti, Carlo Carrà, Giuseppe De Robertis, Ardengo Soffici / e gli altri poeti e artisti che già respirarono / e ancora respirano e odorano queste molli ombre / in un luogo solare che ne accomunò le energie vitali».

Da una lettera di Mario Luzi a Bigongiari si ricava una divertente istantanea di quei ritrovi: «Carrà e Pea erano i santi padri. Intorno a loro si creò, direi spontaneamente, un motivo d’incontro tra diverse generazioni. A volte c’erano lì intorno più di venti persone. Ci siamo passati tutti. Pea andava al caffè Roma per scrivere le sue cose e gli altri lo venivano a trovare sapendo che lì si ritrovavano tutti per uno scambio di idee, ma anche di informazioni. Divenne una istituzione, un vero e proprio club. Certo, non mancavano anche i pettegolezzi che completavano la felicità naturale di stare insieme, vecchi e giovani, tra i primi in Italia».

Il patriarca Enrico Pea morì a Forte dei Marmi l’11 agosto 1958. Ai funerali partecipò pressoché l’intero mondo letterario italiano. Sfilarono, compassati, in mezzo al colorato brulichio dei villeggianti. Era finita un’epoca.

L’INVENZIONE DELL’EDERA BIVALENTE

Arrivò il boom economico. Forte dei Marmi non restò immune dai fasti dell’epoca. Una nuova borghesia abbronzata e prufumosa invase – senza guardare a spese – spiaggia, ristoranti, piste da ballo. Ma per raccontare questo nuovo tempo è d’obbligo ricorrere a Gian Carlo Fusco (1915-1984), cronista arguto, grande affabulatore, che quella realtà visse dal didentro cogliendone vizi, tic e ridicolezze. Era un assiduo frequentatore della Capannina dove, con voce raschiata da fumo e alcol, intratteneva gli amici sui propri trascorsi di pugile o raccontando storie inverosimili vissute nel suo perenne randagismo. Manlio Cancogni ebbe a dire di lui che «quando parlava, era grande come Tolstoj scrittore. […] Non diceva la verità, mentendo l’approfondiva».

Fusco nelle sue cronache di costume pubblicate su «Il Giorno» spesso parlava di Forte dei Marmi. Articoli sempre venati di pungente ironia. Del tipo: «Giorni fa, sulla spiaggia di Forte dei Marmi, mentre stava per entrare in acqua, Marisa Allasio è diventata improvvisamente pallida, ha esalato un lieve gemito ed è svenuta sul bagnasciuga. Grande emozione sotto gli ombrelloni. Il conte Calvi, sfidando il bruciore della sabbia, è volato in soccorso della moglie. L’ha trasportata verso i capanni, reggendola a braccia tese. Da quel momento, i bagnanti della zona si sono divisi in due partiti: “malesseristi” e “maternisti”. I primi attribuiscono lo svenimento dell’attrice a semplice malessere, i secondi a incipiente gravidanza».

Ugualmente ameno è il pezzo su come, alla Capannina, ci si adoperasse per far stare a loro agio repubblicani e nostalgici di Casa Savoia: «Il proprietario della “Capannina” del Forte, Nevio Franceschi, ha inventato l’edera bivalente. Fra gli snob che frequentano il suo locale, molti si sentono a protestarsi devoti all’esiliato di Cascais. Vi è per esempio uno pseudo-conte, oriundo del Veneto ma da molti anni residente a Firenze, che quando gioca a carte, tutte le volte che maneggia un re, se lo posa per un attimo sul cuore, con gesto quasi meccanico. Qualcuno ha chiesto a Franceschi, con una certa insistenza, di esporre alla “Capannina” un simbolo legittimista. Franceschi, combattuto dal desiderio di accontentare alcuni clienti e il timore di scontentarne altri, ha riflettuto a lungo; finalmente gli è balenata la grande idea. Ha chiamato un giardiniere e gli ha fatto tagliare l’edera che copre la facciata della “Capannina” in modo da tracciare i contorni della corona sabauda. “I monarchici vedono la corona, i repubblicani l’edera. Io mi accontento dell’incasso”, dice modestamente Franceschi».

MONTALE PITTORE DELLA DOMENICA

Nonostante la crescente mercificazione del luogo, ci fu, pure tra i letterati, chi continuò a non disdegnare Forte dei Marmi. Come nel caso di Eugenio Montale, lui che aveva intitolato «Proda di Versilia» una delle poesie più complesse che si leggono ne «La bufera», in cui l’autore ripensa passato e presente, il tempo e i luoghi delle origini («anni di scogli e di orizzonti stretti») riedificati nel tempo e nei luoghi dell’età adulta («fino a che non s’aperse questo mare / infinito, di creta e di mondiglia».

Nell’estate 1970 il poeta del «meriggiare pallido e assorto» venne ospitato dell’industriale toscano Antonio Giusti a Casa Fasola, una villa costruita a fine Ottocento (nella sala ha un affresco di Adolf von Hildebrand) fin da allora luogo di ritrovo di intellettuali (vi avevano soggiornato nel passato Aldous Huxley e Riccardo Bacchelli). Montale, che all’epoca aveva 74 anni, giunse il 20 giugno e vi si trattenne fino a tutto agosto. Nel libro «Memorie scompaginate» il Giusti riferisce che allo scontroso aedo fu riservata una camera con bagno e affaccio sul mare. Era un ospite molto preciso, alle dieci esatte scendeva per fare colazione e poi sedeva sul terrazzino davanti al giardino a guardare chi entrava e chi usciva di casa.

«Prima delle undici – ricorda ancora Giusti – mia moglie lo accompagnava alla spiaggia dove, su una poltroncina di paglia, conversava all’ombra di una tenda blu senza mai togliersi le scarpe di tela. Aveva preso in simpatia una certa Itala, un donnone corpulento che girava tra gli ombrelloni portando sulla testa un cesto di vimini e che, per offrire la sua mercanzia, gridava: “Lavanda, origano!”. Itala si inginocchiava davanti a lui, faceva una chiacchieratina e poi gli vendeva qualche sacchetto di lavanda. Durante quell’estate la nostra casa si riempì di lavanda. Ve n’era in ogni cassetto e in ogni armadio. L’anno dopo fu pubblicato “Satura” e vi trovai una poesia ispirata a Itala».

Nel pomeriggio, il poeta riguadagnava la seduta sul terrazzino e si metteva a dipingere su fogli di carta cinese che si era portato da Milano. «Usava una tecnica molto personale. Con le dita spiaccicava i colori che lui chiamava naturali, quali dentifricio, fondi di caffè e, per ottenere il verde, delle erbette del giardino. Adoperava anche qualche pastello perché, ahimè, in natura non era riuscito a trovare né il blu né il giallo. Per il rosso, si faceva prestare da mia moglie un vecchio tubetto di rossetto. Una volta mia moglie per scherzare gli disse che era un pittore della domenica e lui si offese. “Casomai un poète du dimanche” la corresse dopo averle tenuto il broncio per un’ora. Cenavamo in giardino, spesso con qualche ospite e, alle undici in punto, augurava la buona notte e si ritirava in camera sua».

La vacanza montaliana filò tranquilla fino a quando non si aggiunse come ospite Carmelo Bene accompagnato da Lydia Mancinelli. Appena Montale se n’era andato a dormire, il mattatore si scatenava improvvisando recite, scolandosi bottiglie di whisky, attardandosi con qualche sua ammiratrice. Attività, quest’ultima, per niente gradita a Lydia, che una notte fece irruzione in un tête-à-tête tra Carmelo e una giovane ragazza, mordendo un orecchio al suo uomo, tanto da staccargli il lobo. Nella colluttazione andarono in frantumi soprammobili e un lume di ceramica. Al mattino, quando Montale scese in sala si accorse della mancanza del pregiato oggetto. Gli fu detto che era stato il gatto. «Ma che micio cattivo! Ma come sei tremendo», disse Montale accarezzando il gatto che intanto gli si era accoccolato sulle ginocchia. «A vederti così non si direbbe, ma pare che di notte si desti in te l’istinto della tigre».

Montale e Bene non si erano affatto simpatici. In privato l’uno diceva male dell’altro e dichiaravano reciproca disistima, anche se, una sera, Carmelo sorprese tutti recitando a memoria intere poesie degli «Ossi di seppia». Per altre due estati Montale avrebbe trascorso le sue vacanze a Villa Fasola con al seguito la fedele governante tuttofare Gina Tiozzi.

Tra i fedelissimi del Forte non va dimenticato Manlio Cancogni (1916-2015), che della Versilia diceva: «io solo qui non desidero essere altrove». Così come fu un devoto del luogo Piero Bigongiari, il quale in una prosa intitolata «Biglietto Versiliano», pubblicata su «Il Popolo» del 14 settembre 1950, confidava le ragioni profonde di un tale attaccamento: «Qui a Forte dei Marmi ritrovo alle radici quello che altrove diventa per me un atto di fede, un atto da ricordare. Qui non ho bisogno di tenere un taccuino. Qui posso buttar via tutto quello che mi passa per la testa e pei sensi: qui posso buttarmi via tranquillamente. È una trasfusione. Qui posso cambiare pelle: o, come dice un poeta russo, posso cambiare, in quanto uomo, soltanto l’anima. Effettivamente qui riconsegno l’anima alla Gran Madre. Un fitto di tamerici che s’imbeve dell’aria serale, il disegno delle Apuane che dimettono i loro colori sanguigni o biancastri per assumere un’intonazione di un uniforme celeste, da stampa giapponese, il tempo che cade, il vento che ne solleva sprazzi o luminescenze, o certe strade tra le più belle che abbia mai visto addentrarsi verso il piede dei monti tra fumi azzurrini e l’odore caldo del letame: tutto ciò e tant’altro ancora, passa dentro di me senza alcuna riserva, fa della mia opacità un’assoluta trasparenza».

TUTTA UN’ALTRA COSA

Nell’attuale secolo, ad aggiornare la narrazione su Forte dei Marmi ha provveduto Fabio Genovesi (classe 1974) che al Forte è nato e vive, e che, da indigeno, ha raccontato questo luogo con sguardo divertito, caustico, struggente. Nel suo romanzo intitolato provocatoriamente «Morte dei Marmi» (2012) inizia scrivendo: «Una cosa deve essere chiara da subito, sennò di questo posto non si capisce nulla. Perché uno dice Versilia e pensa al lusso sfrenato, alle ville con la pista per gli elicotteri, ai furgoni con scritto “caviale”, agli hotel cinque stelle per cani e al citofono per ordinare lo champagne senza doversi alzare dalla sdraio. Ma non è stato sempre così. Anzi, dall’inizio dell’universo e per migliaia di anni fino a questo ultimo spicchietto di storia, qua era tutta un’altra cosa».

Già in un precedente libro, «Versilia rock city» (2008), Genovesi aveva fornito la sua derisoria cartolina del posto inquadrando la scena da tutt’altra prospettiva: «Noi eravamo i bimbi del mare, ma il mare a noi non ci toccava. Ci andavano i bimbi di città, che erano diecimila volte meglio di noi. Avevano i nomi tipo Gianrico o Martino o Sebastiano, e mamme clamorose che li lasciavano in spiaggia tutto il giorno. Li imbottivano di soldi e non volevano nemmeno sapere dove stavano, basta che stessero da un’altra parte. Le mamme di città arrivavano in Versilia a metà giugno, i mariti le raggiungevano solo in agosto, “quando qualcuno l’ha già imbalsamate per bene”.

Una mancia, una camicia smessa, una mamma zoccola e annoiata. Le nostre mamme invece lavoravano l’estate anche più dell’inverno, e se per caso c’era qualcuno che imbalsamava pure loro, di sicuro le trovava molto meno fresche di quelle in villeggiatura, che dei figli sembravano sorelle maggiori. Insomma il mare toccava a quella gente lì, e noi l’estate la spendevamo al buio della sala giochi».

Malinconica nella sua veridicità è l’immagine che ancora Genovesi offre quando, finita l’estate, il Forte si spopola di gente e di cose: strade deserte, boutique chiuse, spiaggia senza ombrelloni e la «sensazione di essere rimasti piantati in quella lingua di sabbia mentre tutto il mondo è corso via». Ed è allora – dice lo scrittore fortemarmino – che emergono storie, maledette e tenere, di chi, naufrago della vita, magari disperato ma mai arreso, sbatacchia contro i margini di questo mondo tremendamente piccino.

2 (continua)

ISCRIVITI AL CANALE WHATSAPP DI TOSCANALIBRI

Per continuare a rimanere aggiornato sui principali avvenimenti, presentazioni, anteprime librarie iscriviti al nostro canale e invita anche i tuoi amici a farlo!