“È meglio che non lo dici mai a nessuno tranne che a te stessa. Tua madre ci morirebbe”.
“Lo so papà…”. Sono sconfortata, ma non certo stupita della risposta di mio padre. Eppure non ho detto chissà che, ma la risposta è sempre la stessa. Rimaniamo in silenzio, mio padre beve il suo tè e a ogni, fin troppo rumoroso, sorso cresce dentro di me il fastidio. Ogni sorso mi provoca una leggera scossa al lato destro della nuca e con ogni scossa arriva un’ondata di rabbia. Ora non sono più sconfortata, sono furiosa. Sento il viso in fiamme, sono paonazza; mio padre al contrario, placidamente inconsapevole di ciò che le sue parole hanno scatenato, è seduto sul divano del salotto e guarda annoiato la televisione.
“Tua madre ci morirebbe” – scimmiotto imitando il suo tono paternalistico – “sono trentasei anni che me lo ripeti! Io papà, ti voglio bene, però mi hai rotto il cazzo!”. Non aspetto la risposta, non la voglio sapere. Esco di casa sbattendo la porta, probabilmente ho svegliato mia madre che riposa in camera da letto.
Salgo in macchina, vado in città, e mentre guido penso, rimugino. Non ho mai risposto male a mio padre, non ho nemmeno mai sbattuto la porta. Sono sempre stata una brava bambina, ubbidiente, coscienziosa. Non certo per indole o volontà, ma perché sono stata tenuta in ostaggio per tutta la vita. Sono sempre bastate quattro parole a schiacciare capricci, desideri, aspirazioni e sogni: “Tua madre ci morirebbe”.
Parcheggio la macchina e mi avvio verso il centro, sono le due del pomeriggio, è pieno di ragazzi che sono appena usciti da scuola. Ammassano il marciapiede e parte della carreggiata, poco importa loro del disagio che provocano agli automobilisti. Credo che la prima volta che è stata usata quell’odiosa frase contro di me è stato in quinta elementare, quando ho iniziato a ritornare autonomamente a casa da scuola, l’aveva usata mio padre per raccomandarmi di stare attenta per strada e di attraversare sempre sulle strisce. L’ho sempre fatto, continuo a farlo sempre, a costo di fare metri e metri in più.
Attraverso tutto il centro e vado a sedermi su una panchina in riva al lago, l’aria fredda di inizio inverno mi sferza il viso e mi scompiglia i capelli corti. Mi specchio nello schermo nero del telefono e mi scappa una mezza risata, sembro una pazza con tutti i capelli ritti. Presto però il sorriso diventa cipiglio. Com’è che nonostante io abbia sempre odiato i capelli corti, continui a portarli? Da piccola li volevo lunghi, ma non me lo permettevano. “Corti sono più pratici, dai su! Non piangere per cose così frivole, tua madre ne morirebbe”, questa volta a dirlo era mia nonna. Ogni capriccio, ogni tentativo di fare qualcosa che potesse destare preoccupazioni o complicazioni nella quotidianità familiare era soffocato dal senso di colpa. Un’infanzia, un’adolescenza e ancora oggi in ostaggio delle delicate condizioni psico-fisiche della propria madre. Non è giusto e anche se forse è tardi, è arrivata l’ora di cambiare e questa volta lo farò davvero.
Spinta dall’euforia della decisione presa, cerco il telefono in borsa e faccio una ricerca: “come dare le dimissioni”, in meno di un secondo ho la mia risposta, la domanda ora la devo fare a me stessa: “Riuscirò a dare le dimissioni?”. Certo non mi mancherebbero le crisi di pianto che quotidianamente mi accompagnano nel tragitto che faccio per andare in ufficio e nemmeno l’ansia che si scatena ogni volta che sento lo squillo del telefono. Riprendo a camminare per le vie del centro e mentre il mio sguardo vaga sulle facciate dei palazzi, la mia mente fa lo stesso. Mi trasferirò in una città che abbia una vita culturale attiva e voglio un appartamento pieno di luce e di piante, anche se, lo so già, moriranno tutte. Mi prenderò del tempo per viaggiare e, mentre scoprirò il mondo, deciderò cosa fare. Non so che lavoro voglio fare, ma voglio sentirmi a mio agio quando lo faccio, non voglio più sentirmi inadatta o non abbastanza. Voglio un figlio, poco importa se non ho un uomo, un modo lo trovo. Voglio vestirmi da zoccola e andare in discoteca a farmi guardare storto dai ragazzini, per i quali sono una tardona. Che altro? Voglio rispondere a tono a chi mi parla con supponenza e non voglio più far decidere gli altri della mia vita. Voglio tutto e, se mi ama, mia madre ne sarà felice.