E se tutto va bene, mi ammazzo (primo capitolo)

Simone De Santi

05/12/2011

No. Non c’era niente da fare, anche a provarci insistentemente così non veniva, era tutto inutile, ci voleva più impegno e più determinazione. Non è facile ammazzarsi, un conto è pensarci tutt’altra cosa riuscirci.
Sì, perché il suicidio in fondo è una cosa complicata, ci sono alcune questioni tecniche che vanno regolate bene, non ci si può impiccare senza la corda giusta e ancor meno se non si sa fare bene il nodo. Non ci si può buttare dalla finestra senza prima aver ben calcolato dove si va a cadere, altrimenti si rischia di far male a degli estranei, a degli innocenti che passano di là per caso, insomma si rischia di provocare gravi danni collaterali. Non ci si può tagliare le vene se si ha paura del sangue, uccidersi è una cosa difficile, un’impresa non indifferente, bisogna studiarla bene, ci vuole concentrazione, attenzione, determinazione e un certo sangue freddo. Tuttavia il suicidio anche se non compiuto è un pensiero confortante, rassicurante, distensivo. È una soluzione magari estrema, forse un tantino esagerata, ma è certa, definitiva, inappellabile. Ti lascia l’ultima parola, ti dà la possibilità di mettere il punto finale. Sì, il suicidio è una porta, una via d’uscita, sta lì, non si muove, ti guarda e dice: "Ti aspetto, quando vuoi sono qua".

Finì di sorseggiare il caffè, tirò fuori un sigaro ammezzato, se lo cacciò in bocca e, dopo averlo inumidito con la saliva, lo accese. Una nube densa di fumo invase il piccolo locale. Una ragazzina con madre al seguito fece una smorfia di disgusto e il barista lanciò oltre il bancone uno sguardo che non lasciava spazio a dubbi. Carlo ripiegò il giornale sotto il braccio e inforcò l’uscita con fare svogliato e assente. Era iniziata un’altra giornata, un mercoledì qualsiasi in un ottobre insolitamente freddo. Nei giorni precedenti era piovuto molto, c’erano state delle frane e degli smottamenti. La E 45 nel tratto San Gemini – Acquasparta era rimasta chiusa per quasi una giornata. Si doveva fare un servizio sul maltempo nel Ternano e ci doveva andare Carlo. Carlo Franchi, cronista, classe 1963, guidava una Fiat Punto di colore blu. L’auto non aveva il servosterzo, né l’aria condizionata. Nel posacenere si contendevano lo spazio vitale una moltitudine di mozziconi di toscano; come tanti pesci in una vasca troppo piccola, si avvinghiavano l’uno all’altro, lottando per rimanere dentro. Sul seggiolino a fianco riposavano pigramente vecchi giornali, ingialliti dalla prolungata esposizione al sole. Non si poteva dire che l’auto di Carlo fosse pulita. Prima di tutto, quando Carlo si alzava la mattina, pensava al suicidio, dopodiché svolgeva quelle opere di manutenzione indispensabili per rendersi un minimo presentabile. Quel mattino stranamente non si era svegliato con l’idea del suicidio. L’aria era spazzata da una brezza elettrizzante e il sole splendeva dopo quasi una settimana di diluvi. Carlo era quasi allegro. Festeggiò l’evento con un prosecco all’autogrill e imboccò la superstrada in direzione Perugia. Da quel giorno nulla sarebbe mai più stato come prima. Non era ancora arrivato al punto dove era caduto il pioppo che aveva causato la chiusura della strada, che Carlo iniziò a scorgere i segnali dei lavori in corso. Una Lancia Y che viaggiava davanti a lui, a un tratto rallentò, Carlo riconobbe Manola, la cronista di nera. La macchina mise la freccia e accostò nella piazzola di sosta dove c’erano già due auto della Polizia e un’ambulanza. Sei o sette agenti stavano affacciati al bordo della strada sporgendosi sulla scarpata. All’interno di una Ford Fiesta una signora veniva soccorsa da due infermieri che cercavano di farle coraggio; l’ambulanza era parcheggiata all’estremità della piazzola col portellone aperto e il lampeggiante ancora acceso. Carlo si fermò subito dietro la macchina di Manola con le quattro frecce accese.

– Carlo, cosa fai?! Mi vuoi tamponare? –
– No, stavo andando a fare il servizio sulla E 45 quando ho visto che ti fermavi, cosa è successo, un incidente?
Un giovane poliziotto si avvicinò con passo spedito: – Cosa credete di fare voi due, qui non si può stare, per favore andatevene subito! –
– Sono una giornalista –, rispose Manola, dando inizio alla sua abituale, spocchiosa recita della professionista della carta stampata. Manola era francamente una buona giornalista, neanche tanto brutta, forse un po’ bassina. Ma era odiosa, sempre con il piglio della prima della classe, dava l’impressione di considerarti un idiota. La signora sulla Ford grigia piangeva, ma in maniera sommessa, come se si vergognasse. Carlo notò subito che aveva un aspetto familiare; la sua mente iniziò a lavorare. Nel tentativo di mettere a fuoco la donna, Carlo si svincolò dalla discussione con l’agente, avvicinandosi all’auto. I due infermieri più che curare la donna sembravano volerla consolare. D’improvviso, ma come accade spesso, cambiò il volto di ogni cosa, la donna entrò in un quadro più definito. Era l’estate del 1979 e quella che piangeva sul seggiolino dell’auto era Anna, la signora Anna, la mamma di Francesca.
– Signora, sono Carlo, si ricorda di me? Cosa succede? Ha fatto un incidente? –
– Carlo, caro Carlo, hai visto? Hai visto che fine ha fatto la mia Francesca, me l’hanno ammazzata! Ammazzata come un cane, buttata via come uno straccio!
– Come ammazzata, signora? Cos’è successo, l’hanno investita? –

L’agente che prima stava parlando con Manola gli prese il braccio in maniera risoluta, Carlo rimase con la frase tra i denti. A poco valsero le proteste: dopo neanche due minuti era di nuovo in auto, direzione Perugia. Manola invece era ancora sulla piazzola, telefonino in una mano e moleskine nell’altra. Lei l’avevano fatta restare, lui era stato mandato via senza tanti complimenti. L’idea del suicidio, che non era ancora comparsa, faceva adesso il suo trionfale ingresso. Aprì il finestrino della 8 Punto nel tentativo di far arrivare un po’ d’aria al cervello, rallentò l’andatura e si dispose sulla destra della carreggiata, imboccò la prima uscita, accostò e spense il motore.  Ma certo, un bel botto con la macchina, facile e sicuro, forse però un tantino banale, forse troppo banale e poi, adesso che ci rifletto, tutti penserebbero a un incidente, già li sento quelli stronzi: – Carlo, povero Carlo. Già ubriaco alle undici del mattino, che brutta fine! – No, con l’auto no, con l’auto non mi ci ammazzo, altrimenti nessuno saprà che mi sono suicidato, perché in fondo l’aspirante suicida è un po’ come l’ipocondriaco, può soffrire in molti modi, ma non in silenzio. Io non ci vado a scrivere il pezzo della caduta dell’albero sulla superstrada, non me ne frega nulla a me di quella cazzo di strada, per me la possono anche chiudere per sempre, può anche sprofondare, per quanto me ne frega. Carlo non era ternano, non era neanche di Perugia, Carlo era di Firenze, cresciuto a San Frediano. A Terni ci era arrivato dopo le elementari. Appena laureato, aveva conosciuto Marta. Regolarmente sposato. Regolarmente divorziato. Lei lo aveva piantato dopo appena tre anni di matrimonio. Capi d’imputazione: attitudine spiccata alla sedentarietà, scarsa disponibilità per la vita sociale, limitato interesse a prospettive di carriera; in altre parole Marta se n’era andata con un altro, ma non con un tizio qualsiasi, si era messa con l’editore del giornale dove lavorava Carlo. Roba da matti… roba da suicidio.

Quando Marta lo aveva lasciato, Carlo non era scoppiato subito, non era immediatamente deflagrato spargendo i propri resti in ogni direzione; era scivolato pian piano, iniziando dalle piccole cose: la luce accesa per dormire, gli ansiolitici e finalmente l’alcol. Non che prima fosse astemio, solo che non finiva a letto sbronzo tutte le sere; sbronze senza allegria, di quelle che te ne vai a fine serata in maniera quasi disinvolta, ma con la testa in bambola. Il più delle volte Carlo riusciva a non dare spettacolo, altre invece lo dava, eccome. Quel giorno era del tutto sobrio e questo gli sembrò uno stato innaturale da correggere immediatamente. Ingranò la marcia e si fermò solo dopo aver trovato un piccolo ristorante sulla strada. L’insegna color rosa diceva: «Trattoria da Checco».
– Mai stato – pensò – buono! –
Era quasi l’ora di pranzo e a pranzo si mangia e soprattutto si beve. Un minuscolo filetto ai ferri, patate al forno, un litro di rosso, un amaro, un caffè ristretto e due grappe. «Adesso si inizia a ragionare», pensò, accendendosi un sigaro. Il pomeriggio avrebbe telefonato all’ufficio tecnico del Comune, si sarebbe fatto raccontare tutto a proposito dello stato dei lavori sull’E 45 e avrebbe scritto il pezzo. Per quel giorno non sarebbe successo più nulla. Era salvo, non sarebbe morto.
A crepare invece era stata Francesca Mori. Il quotidiano l’indomani titolava così: «Giovane tossicodipendente trovata morta ai bordi di una strada. Sospettato di omicidio il fidanzato: è in stato di arresto».

Carlo non leggeva mai il giornale per cui scriveva. Lo sfogliava soltanto soffermandosi un attimo sulla pagina sportiva e i programmi TV. Questi ultimi poi erano una specie di fissazione. Gli piaceva sapere sempre che cosa c’era, a che ora e su quale canale. Quel giorno era diverso. Carlo conosceva bene Francesca. Lei era più giovane di lui, ma avevano frequentato lo stesso liceo e nell’estate del ‘79 erano stati insieme. Per lui si era trattato del primo passo di una mediocre carriera nel settore, per lei invece Carlo non era stato assolutamente nulla. Francesca era bella, una ragazza sciolta, gli occhi celesti e i capelli ricci e biondi. Non ti lasciava mai l’iniziativa. Una ragazza molto avanti per la sua età. Troppo avanti. A Carlo non sembrava possibile che lei se lo filasse. Ma quell’estate, racchiusa in realtà in una quindicina di giorni in luglio, lei era stata la sua ragazza. Poi si erano persi di vista. Lei aveva incontrato la droga, mentre Carlo era rimasto sostanzialmente sempre sui binari o quasi. Quando, ogni tanto, si vedevano per caso, lei non lo salutava neanche, forse neppure lo riconosceva. Il viso era rimasto bello come una volta, anche se ormai gli occhi si erano spenti. L’articolo a firma di Manola Ciani era in evidenza, così come lo erano le due foto che lo completavano. Su una si riconosceva la Francesca che Carlo ricordava, mentre l’altra ritraeva il compagno di lei, un tipo insignificante, con la faccia incavata e i capelli lunghi e lisci. Il pezzo ricostruiva sommariamente la «carriera della vittima», le storie di eroina, un arresto per spaccio e un tentativo di recupero non riuscito in comunità. Del fidanzato si diceva che era sospettato di omicidio. Lo avevano arrestato poche ore dopo il ritrovamento del cadavere di Francesca. In casa dei due avevano trovato cocaina e un bilancino. Al momento dell’arresto lui era in evidente stato confusionale. In altre parole strafatto. Il medico legale aveva trovato sul corpo di Francesca ematomi diffusi e sul collo evidenti segni di un probabile soffocamento. L’ipotesi era quella di un omicidio legato a qualche storia di droga finita male, forse spaccio, forse soldi. Il fidanzato doveva aver perso la testa e alla fine l’aveva fatta fuori. L’articolo si concludeva dicendo che si aspettava l’autopsia per saperne di più.

– E che altro c’era da sapere? Che brutta fine povera Francesca! –
Carlo si ricordò delle parole della signora Anna: – Me l’hanno ammazzata. Ammazzata come un cane e buttata via come uno straccio! –
Anna era una donna con il volto sfigurato dalla sofferenza continua. Vedere una figlia buttarsi via giorno per giorno era stato per lei come un cancro. Peggio di un cancro. Peggio di qualsiasi malattia. Era una donna vecchia, non per l’età ma per il dolore. Quando Carlo la incontrava la salutava sempre, chiedendogli di Francesca. La donna rispondeva quasi meccanicamente: «Adesso sta bene, sai. È uscita da quella brutta esperienza, ce l’ha fatta. Sono tanto orgogliosa della mia bambina.» Ma Francesca aveva smesso di essere una bambina da molti anni, forse non era mai stata una bambina.
– Andrò al funerale – pensò Carlo.
Le riflessioni di Carlo furono interrotte dalla suoneria del telefono:
– Sono Anna, la mamma di Francesca, avrei bisogno di parlarti. Ci possiamo vedere oggi pomeriggio?
– Signora come va? Mi scusi per ieri, non volevo essere indiscreto. Mi spiace tanto per quello che è successo, pensavo di venire al funerale –
– Il funerale non lo facciamo. –
La sua voce aveva qualcosa di strano, non era rotta dal dolore, ma incredibilmente calma, quasi serena. In fondo – pensò Carlo – deve essere un sollievo per questa donna. Un terribile sollievo, adesso almeno non dovrà più aspettare una fine già scritta. Chissà quante notti insonni avrà passato aspettando i ritorni di Francesca. Chissà quanto avrà sofferto nel vedere la lenta agonia della sua unica figlia che si buttava via giorno dopo giorno.
– Come dice signora? oggi pomeriggio? un minuto, guardo l’agenda. –
«Guardo l’agenda», che cosa terribile da dire a una madre che ha appena perso sua figlia! In realtà Carlo un’agenda neanche l’aveva. Soltanto che quella richiesta lo coglieva di sorpresa.
– Sì va bene. Oggi pomeriggio, come no, volentieri. Posso fare qualcosa per lei? Va bene alle quattro al Bar in Via Amelia? –
Erano le 11.40. Carlo si versò due dita di cognac e poi ancora due. Sarebbe stata una giornata dura da digerire. Accese la televisione e notò che la trasmissione sulle previsioni meteo del primo canale era in anticipo di quattro minuti rispetto all’orario riportato nella rubrica televisiva del giornale. Era la seconda volta in una settimana. O sbagliava la Rai o il redattore della rubrica. L’orologio non poteva sbagliare, era preciso, lo controllava due volte al giorno.

Primo capitolo del libro “E se tutto va bene, mi ammazzo” (Pascal Editrice)

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