La superiorità della vigilia

Simone De Santi

05/08/2020

In una vecchia agenda del 1985, trasformata in quaderno di appunti, ho ritrovato una frase del filosofo scrittore, poeta, e molto altro, Miguel De Unamuno. Quella frase non era finita lì per caso, c’era un motivo preciso, che allora non sapevo spiegare, ma che oggi mi appare chiaro. La vigilia. “No, non voglio far niente, perché il proposito è sempre più grande dell’esecuzione. L’azione, l’espressione stessa rimpiccioliscono l’idea”. Così scrive Unamuno in La Sfinge. Una frase che può spiegare bene il senso della vigilia, intesa come non fare, non realizzare per non svilire, per non sporcare, per non corrompere, con l’inevitabile forza del compiuto, il pensato. Il sognato se rimane nella dimensione onirica vale, se si realizza finisce svilito. È questo il senso della frase del poeta spagnolo? Oppure l’accettazione della vigilia come condizione permanente è semplicemente la giustificazione della resa, la presa di coscienza dell’incapacità alla realizzazione, al compimento, al perfezionamento dell’azione?

Il sospeso, ha molto a che vedere con il sospiro. Come quando guardando un tramonto o un’alba, entrambe vigilie, si tira fuori aria per spingere o respingere un pensiero. La vigilia ha certamente un fascino irresistibile a prescindere dal dopo, che può essere l’avverarsi di un proposito, di un evento, di un incontro, o quello contrario della fine inarrestabile di qualcosa, di una vita di una speranza di sorriso. In entrambi i casi, non sono solo un fatto meramente temporale che svanisce con il divenire, ma un mondo a se. La vigilia di un addio ha lo stesso valore della vigilia di un incontro. Entrambe sospendono l’avvenire, che può essere di piacere o di dolore, e stando allo Spagnolo, sono una condizione, comunque migliore, della realizzazione a prescindere. Senza per forza voler aprire una finestra che si affaccia sul luogo comune, è pur vero che, la dimensione dell’immaginato non combacia mai con la realtà la quale ha il deprecabile e banale difetto, di superare la nostra fantasia, ponendoci di fronte a fatti e cose che non facevano parte dei nostri progetti, della nostra vigilia. Quando qualcuno dice che è esattamente come se lo immaginava mente, ha semplicemente violentato i sui sentimenti della vigilia piegandoli alla realtà, che può combaciare in parte con le aspettative negative o positive, può superale o starne al di sotto, ma non sarà mai del tutto come era nella stanza del prima, dell’immaginato, dell’abitato dentro di noi.

Rivendicare quindi alla condizione della vigilia una superiorità a prescindere, rispetto alla realizzazione, può essere un atto di ribellione, di auto determinazione, un moto insurrezionale nei confronti della realtà, che non vogliamo, perché non essendo mai coincidente con l’atteso ci punisce, ricordandoci, come se ce ne fosse bisogno, che non disponiamo del futuro. Non realizzare un progetto, non scrivere quella lettera, non andare in quel posto, lasciando tutto esattamente come lo abbiamo pensato, arrendersi alla consapevolezza dell’irrealizzabile non è una sconfitta ma una vittoria, perché non si consente alla realtà di vincere sul sogno. Non esiste alcuna possibilità di possedere il futuro se non nella vigilia. Il presentimento, alla fine è più nostro del sentimento. Quindi quella di Unamuno non è una resa, ma al contrario una vittoria piena. Non realizzo l’azione per non distruggerla con la realtà che la svilirebbe, me ne toglierebbe la paternità. Per conservare un sentimento o un sogno bisogna fermarsi alla fase della vigilia. La notte prima degli esami è la condizione di perfezione, perché il giorno dopo non verrà la liberazione, ma la realtà che si porterà via quel languore, quel senso di attesa, di paura e di speranza che abbiamo costruito e che quindi ci appartiene, mentre tutto quello che avverrà il giorno dopo dipende anche dagli altri e quindi non è più nostro.

La belle epoque è una vigilia che precede l’avverarsi della modernità, che culminerà nella prima guerra mondiale, compimento dei processi di industrializzazione e suo naturale epilogo che uccide il romanticismo. La vigilia dell’anno 1000, carica di aspettative sulla fine del mondo verrà delusa, così come avvenne per quella dei Maya del 2012, dimostrazione che il fato non fa distinzioni di religione epoche o profezie, svilisce a prescindere le aspettative. Giovanni Drogo, nel deserto dei tartari di Buzzati, aspetta l’invasione sulle mura della fortezza Bastiani, ed intanto, una notte mentre sta dormendo, comincia la fuga del tempo. Quando arriverà l’invasione dei Tartari Giovanni è vecchio e malato, dovrà lasciare la fortezza senza combattere, dopo aver vissuto un’intera vita di vigilia. “E io, alla vigilia di svanire, | teatro di parole ritrovate | nel buio delle ossa, | sì, io, a supplicarlo di apparire | tra voci vigliaccamente inventate… | Che cosa può che un altro in me non possa? | Oh presto allora il poco che rimane, | cane delle mie ossa, ossa di cane!” lo dice la poetessa Patrizia Valduga. La vigilia non è aspettare qualcosa che si realizzi, ma la realizzazione più alta delle nostre aspettative, ha ragione Unamuno, non bisogna fare niente.
Torna Indietro
Lascia un Commento

Scrivi un commento

Scrivi le tue impressioni e i commenti,
verranno pubblicati il prima possibile!

Ho letto l'informativa sulla privacy e acconsento al trattamento dei dati personali ai sensi dell'art. 13 D. lgs. 30 giugno 2003, n.196

Simone De Santi

Vai all' Autore

Libri in Catalogo

NEWS

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti i cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.

Accetto Cookie Policy
X