Ribelli per istinto

Simone De Santi

04/12/2020

Quando ero studente di Scienze Politiche il mai abbastanza compianto professor Antonio Cardini mi assegno un seminario sull’anarco-sindacalismo rivoluzionario. Era il mio argomento, me ne impadronii, forse troppo perché riconsegnandomi il lavoro, nei corridoi della vecchia sede di piazza San Francesco, il professore, ridendo, mi disse che ero “un soggetto con tendenze sovversive” e a nulla valsero le mie sommesse proteste: “Insisto De Santi, si fidi, da quello che scrive si capisce che lei ha simpatie eversive”. Un episodio così bello che lo propino, anche più volte, come aneddoto a tutti quelli che hanno l’infinita pazienza di ascoltarmi. Questo ricordo mi lusinga, per il valore dell’interlocutore, ma anche perché, la rivolta, in ogni sua sfumatura, mi interroga non solo sull’attualità, ma anche sul profondo appartenere all’indole di certuni. I ribelli quindi rispondono ad un istinto naturale e utilizzano le circostanze per realizzarlo? Mi consola pensarla così.

Una notte di quegli anni citati sopra, non dormii un minuto, e lessi tutto d’un fiato il libro di Alberto Franceschini scritto con Vittorio Buffa e Franco Giustolisi; Mara Renato ed io storia dei fondatori delle BR. Niente di più inconciliabile con il mio mondo pensai subito, eppure dalla lettura di quelle pagine trasudava una irresistibile attrazione. Non ovviamente per la violenza né per le aberrazioni ideologiche che hanno distrutto la vita di tanti innocenti, ma per un’inspiegabile simpatia nei confronti di chi si pone contro, tanto da farmi pensare che se avessi vissuto in quegli anni, avrei potuto precipitare nell’abisso in cui tanti giovani hanno gettato la loro vita e quella delle loro vittime solo per istinto. Carlo Cafiero studiò in un prestigioso seminario di Molfetta, lo stesso che poi sarà frequentato da Salvemini, il fratello Pietrantonio fu tre volte deputato di idee conservatrici. Avviato alla carriera diplomatica ricco erede di una famiglia benestante, molla tutto essendo attratto dall’occultismo e dall’orientalismo. Diventerà un anarchico, si farà arrestare dopo aver conosciuto Bakunin, che pare gli abbia fregato anche dei soldi. Ad un certo punto avendo speso tutto per la rivoluzione dovette fare il fotografo per vivere. Impazzì e morì, vivendo per sempre. Era ribelle di indole.

Il nome di Antoine Gimenez è Bruno Salvadori, usava il primo per sfuggire alla polizia e lo mantiene fino alla morte nel 1982. Conosce Malatesta, partecipa alla guerra civile Spagnola, finisce in galera in Francia e successivamente combatterà con la resistenza. Poi si sposa diventa un uomo tranquillo, racconterà le sue incredibili avventure solo da vecchio, morirà come cittadino Francese con la falsa identità, diventata vera. Segno evidente che si può anche cambiare vita ma dalla ribellione non ci può liberare neppure con la morte. In Je so pazzo Pino Daniele ci ricorda che “Masaniello è cresciuto, Masaniello è turnato”. Il genio partenopeo evoca l’eroe dell’insurrezione napoletana diventato mito; Tommaso Aniello d'Amalfi ovvero Masaniello. Pino si ribella agli schemi della musica e alle convenzioni, alle etichette e al purismo, lascia che il suono venga contaminato e arricchito. Mette assieme tarantella e blues nel “tarambu”, spazia dalle collaborazioni con Dalla, De Gregori, Baglioni, a quelle con Danilo Rea e Pat Metheny, Eric Clapton e Chick Corea. Pino Daniele non ce lo metti dentro un genere, perché è lui che genera un genere, il suo, quello di un ribelle della musica. Ha ragione Finardi, è la musica che ti incita ad essere ribelle “che ti vibra nelle ossa, che ti entra nella pelle, che ti dice di uscire, che ti urla di cambiare, di mollare le menate e di metterti a lottare”; tanto “gli eroi son tutti giovani e belli” come dice Guccini evocando una locomotiva “lanciata a bomba contro l’ingiustizia”.

Recentemente la filosofa Donatella di Cesare in “Il tempo della rivolta” si chiede come sia cambiata la cultura della ribellione e quali siano le caratteristiche nell’oggi, facendoci notare come ad esempio le fabbriche, non siano più i luoghi della protesta, semplicemente perché quei luoghi non fanno più “comunità” (niente di più lontano dall’anarco sindacalismo con cui abbiamo iniziato il ragionamento), ma non bisogna disperare perché comunque la ribellione si sposta, emigra ma non scompare, al contrario si appropria delle piazze lasciate deserte dalla politica. Perché “la rivolta esprime un malessere impreciso, manifesta un disagio vago ma assillante, rivela tutte le aspettative deluse”. La Di Cesare non dice che la rivolta risponde anche ad un desiderio innato in alcuni, ma nelle sue parole io voglio leggerci qualcosa che vada pure in questa direzione. Marco Giacinto Pannella attraversa la politica Italiana trafiggendola da parte a parte, gandhiano illuminato vede e prevede il futuro dopo aver letto meglio e più degli altri il presente ed il passato. Ai miei occhi di inguaribile romantico, ogni definizione di Pannella rischia di essere approssimativa, anche quella di ribelle, perché non esistono forme esaustive per descriverne la complessità, che non è legata ad un epoca o ad una stagione, fosse stato eterno sarebbe stato eternamente attuale. Ciò mi appare ancora più chiaro quando mi guardo intorno, e vedo nelle sere d’estate, quando si poteva e quando si potrà di nuovo, gente che, mentre sorseggia l’aperitivo, strofina le dita sugli smartphone credendosi moderna, mentre è solo drammaticamente contemporanea e, ripensando al professor Cardini, vorrei con tutto me stesso, che avesse avuto ragione lui.
 
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