Home » Shop » Col tempo e con la paglia

Col tempo e con la paglia

Una raccolta di proverbi che non solo propone un viaggio in Toscana attraverso le espressioni della sua gente, ma che, seguendo il gusto di Alessandro Falassi per le forme linguistiche e visive, ci racconta di luoghi, storie e personaggi antichi e attuali allo stesso tempo. Così le parole, riportate in un “toscano controllato” e non nelle sue varianti vernacolari, si combinano tra loro quasi riportarci un’immagine del mondo e una filosofia di vita a suo modo organica e coerente. Espressioni linguistiche
analizzate in una prospettiva etno-semiotica e, allo stesso tempo, estremamente pragmatica, da uno studioso attento al valore del lavoro sul campo. In ogni proverbio il senso si esplicita nell’azione, nell’attualizzazione degli attori, dei tempi e dei luoghi e sa adeguarsi al mutare della scena comunicativa; così espressioni antiche ritrovano la loro forza nel parlare quotidiano. Il concetto di scorrere del tempo torna nel titolo e nell’immagine di copertina (un particolare dell’orologio della Torre del Mangia a Siena) e attraversa, quasi come un fil rouge, tutto il testo. La durata delle cose e la loro percezione sono presentate attraverso prospettive, seppur semplici e quotidiane, ambivalenti e inedite… un proverbio spiegato con altri proverbi, con la voce e la forza della cultura popolare che lo inventa e che lo adotta nelle più svariate situazioni.

18,00 

Spedizioni entro 8 giorni. Perché vale la pena aspettare.

Editore

Codice EAN

978 88 7576 384 8

Curatore

N.pagine

254

Anno

2014

aggiungi alla wishlist

condividi

Recensioni

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Col tempo e con la paglia”

Condividi su:

Col tempo e con la paglia

Una raccolta di proverbi che non solo propone un viaggio in Toscana attraverso le espressioni della sua gente, ma che, seguendo il gusto di Alessandro Falassi per le forme linguistiche e visive, ci racconta di luoghi, storie e personaggi antichi e attuali allo stesso tempo. Così le parole, riportate in un “toscano controllato” e non nelle sue varianti vernacolari, si combinano tra loro quasi riportarci un’immagine del mondo e una filosofia di vita a suo modo organica e coerente. Espressioni linguistiche
analizzate in una prospettiva etno-semiotica e, allo stesso tempo, estremamente pragmatica, da uno studioso attento al valore del lavoro sul campo. In ogni proverbio il senso si esplicita nell’azione, nell’attualizzazione degli attori, dei tempi e dei luoghi e sa adeguarsi al mutare della scena comunicativa; così espressioni antiche ritrovano la loro forza nel parlare quotidiano. Il concetto di scorrere del tempo torna nel titolo e nell’immagine di copertina (un particolare dell’orologio della Torre del Mangia a Siena) e attraversa, quasi come un fil rouge, tutto il testo. La durata delle cose e la loro percezione sono presentate attraverso prospettive, seppur semplici e quotidiane, ambivalenti e inedite… un proverbio spiegato con altri proverbi, con la voce e la forza della cultura popolare che lo inventa e che lo adotta nelle più svariate situazioni.

18,00 

Spedizioni entro 8 giorni. Perché vale la pena aspettare.

Casa Editrice

Anno

2014

N.pagine

254

Formato

15×21

Codice EAN

978 88 7576 384 8

Una storia di “caratteri forti” e di realtà apparentemente insormontabili. Un romanzo in cui i protagonisti si avvicinano e allontanano da un metaforico obiettivo di benessere, il tutto condito con una scrittura magistrale

«Uccidimi!» «Cosa?» «u-c-c-i-d-i-m-i, a-d-e-s-s-o!» «Ma cazzo dici?» «Zitto!» Si acquattò come facevamo da piccoli dopo che mi aveva convinto a seguirla in qualche bambinata. Piegò la testa sulle mie gambe e appoggiò le braccia sulle mie cosce. La sua guancia sfiorò la mia pelle. Penzolavamo seduti su un muretto malridotto che circondava un parco all’ombra di un salice molto grande. L’abbracciai d’istinto per proteggerla. Mi accorsi che guardava altrove con la coda dell’occhio, verso il lato opposto della strada. «Cazzo! Cazzo! Cazzo!», pronunciò senza respirare. Strinse le palpebre per non vedere, convinta che, nel buio, anche lei potesse essere trasparente, ma le riaprì subito. «Ma cosa?», chiesi. «Non deve vedermi!» La sua voce si affievolì e nell’esaurirsi emise un verso simile allo squittio di un topo. Allora, rivolsi la mia attenzione verso la fonte della sua ansia. Matteo Riversi camminava sul marciapiede di fronte a noi, mano nella mano a Francesca Modi, detta Modì, perché il soprannome era più allegro. Di allegro aveva molto, dicevano in tanti, e doveva essersene accorto anche Matteo che la portava a spasso con fare soddisfatto, come se la mostrasse al mondo. Mi dispiacque per Sole e la scrutai con tenerezza. Matteo sembrava essere destinato a diventare il ragazzo della sua vita, colui per il quale aveva disseminato il diario di epigrafi fino al giorno prima, colorato i capelli di blu e forato i lobi per sembrare più attraente. Fortunatamente, ero riuscito a convincerla che un tatuaggio con la m di Matteo sul seno fosse troppo. Mi aspettai di vederla piangere a singhiozzi, come quella volta che avevamo perso gli ultimi biglietti per il concerto dei Måneskin all’Olimpico. La strinsi più forte.

Una storia di “caratteri forti” e di realtà apparentemente insormontabili. Un romanzo in cui i protagonisti si avvicinano e allontanano da un metaforico obiettivo di benessere, il tutto condito con una scrittura magistrale

«Uccidimi!» «Cosa?» «u-c-c-i-d-i-m-i, a-d-e-s-s-o!» «Ma cazzo dici?» «Zitto!» Si acquattò come facevamo da piccoli dopo che mi aveva convinto a seguirla in qualche bambinata. Piegò la testa sulle mie gambe e appoggiò le braccia sulle mie cosce. La sua guancia sfiorò la mia pelle. Penzolavamo seduti su un muretto malridotto che circondava un parco all’ombra di un salice molto grande. L’abbracciai d’istinto per proteggerla. Mi accorsi che guardava altrove con la coda dell’occhio, verso il lato opposto della strada. «Cazzo! Cazzo! Cazzo!», pronunciò senza respirare. Strinse le palpebre per non vedere, convinta che, nel buio, anche lei potesse essere trasparente, ma le riaprì subito. «Ma cosa?», chiesi. «Non deve vedermi!» La sua voce si affievolì e nell’esaurirsi emise un verso simile allo squittio di un topo. Allora, rivolsi la mia attenzione verso la fonte della sua ansia. Matteo Riversi camminava sul marciapiede di fronte a noi, mano nella mano a Francesca Modi, detta Modì, perché il soprannome era più allegro. Di allegro aveva molto, dicevano in tanti, e doveva essersene accorto anche Matteo che la portava a spasso con fare soddisfatto, come se la mostrasse al mondo. Mi dispiacque per Sole e la scrutai con tenerezza. Matteo sembrava essere destinato a diventare il ragazzo della sua vita, colui per il quale aveva disseminato il diario di epigrafi fino al giorno prima, colorato i capelli di blu e forato i lobi per sembrare più attraente. Fortunatamente, ero riuscito a convincerla che un tatuaggio con la m di Matteo sul seno fosse troppo. Mi aspettai di vederla piangere a singhiozzi, come quella volta che avevamo perso gli ultimi biglietti per il concerto dei Måneskin all’Olimpico. La strinsi più forte.