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In fuga

Quando lo scafista ebbe il segnale, abbassò la leva che dava gas al motore, sicché, dopo aver fatto una virata sulla destra che venne aiutata dalla spinta di alcune persone che erano in acqua, poterono prendere il largo. L’uomo alla guida, ora, era taciturno, concentrato sul mare scuro, difficile da decifrare, che lui però pareva conoscere come le sue tasche. La partenza era stata agevolata dagli uomini armati che controllavano quella parte di territorio. Sull’acqua bisognava scansare altre insidie: quelle della navigazione, anzitutto, bordeggiando secche e scogli; ma anche i controlli ufficiali, se così si potevano chiamare. Motovedette della guardia costiera di uno dei due governi che spadroneggiavano in Libia e dalle quali ci si poteva aspettare di tutto. Che ti chiedessero soldi per ottenere un altro lasciapassare, oppure che ti bombardassero per colarti a picco. Erano diretti a Lampedusa. Tra l’isola e le coste della Libia ci sono più di centocinquanta miglia marine. “A quanto andavano?” si chiese Azub. La barca era schiacciata da tutta quella umanità sofferente. Se anche le pene e gli strazi che si portavano dietro avessero avuto un loro peso sarebbe già affondata da un pezzo.

14,00 

Spedizioni entro 8 giorni. Perché vale la pena aspettare.

Editore

Codice EAN

Curatore

N.pagine

120

Anno

2015

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In fuga

Quando lo scafista ebbe il segnale, abbassò la leva che dava gas al motore, sicché, dopo aver fatto una virata sulla destra che venne aiutata dalla spinta di alcune persone che erano in acqua, poterono prendere il largo. L’uomo alla guida, ora, era taciturno, concentrato sul mare scuro, difficile da decifrare, che lui però pareva conoscere come le sue tasche. La partenza era stata agevolata dagli uomini armati che controllavano quella parte di territorio. Sull’acqua bisognava scansare altre insidie: quelle della navigazione, anzitutto, bordeggiando secche e scogli; ma anche i controlli ufficiali, se così si potevano chiamare. Motovedette della guardia costiera di uno dei due governi che spadroneggiavano in Libia e dalle quali ci si poteva aspettare di tutto. Che ti chiedessero soldi per ottenere un altro lasciapassare, oppure che ti bombardassero per colarti a picco. Erano diretti a Lampedusa. Tra l’isola e le coste della Libia ci sono più di centocinquanta miglia marine. “A quanto andavano?” si chiese Azub. La barca era schiacciata da tutta quella umanità sofferente. Se anche le pene e gli strazi che si portavano dietro avessero avuto un loro peso sarebbe già affondata da un pezzo.

14,00 

Spedizioni entro 8 giorni. Perché vale la pena aspettare.

Casa Editrice

Anno

2015

N.pagine

120

Formato

13.5×21

Una storia di “caratteri forti” e di realtà apparentemente insormontabili. Un romanzo in cui i protagonisti si avvicinano e allontanano da un metaforico obiettivo di benessere, il tutto condito con una scrittura magistrale

«Uccidimi!» «Cosa?» «u-c-c-i-d-i-m-i, a-d-e-s-s-o!» «Ma cazzo dici?» «Zitto!» Si acquattò come facevamo da piccoli dopo che mi aveva convinto a seguirla in qualche bambinata. Piegò la testa sulle mie gambe e appoggiò le braccia sulle mie cosce. La sua guancia sfiorò la mia pelle. Penzolavamo seduti su un muretto malridotto che circondava un parco all’ombra di un salice molto grande. L’abbracciai d’istinto per proteggerla. Mi accorsi che guardava altrove con la coda dell’occhio, verso il lato opposto della strada. «Cazzo! Cazzo! Cazzo!», pronunciò senza respirare. Strinse le palpebre per non vedere, convinta che, nel buio, anche lei potesse essere trasparente, ma le riaprì subito. «Ma cosa?», chiesi. «Non deve vedermi!» La sua voce si affievolì e nell’esaurirsi emise un verso simile allo squittio di un topo. Allora, rivolsi la mia attenzione verso la fonte della sua ansia. Matteo Riversi camminava sul marciapiede di fronte a noi, mano nella mano a Francesca Modi, detta Modì, perché il soprannome era più allegro. Di allegro aveva molto, dicevano in tanti, e doveva essersene accorto anche Matteo che la portava a spasso con fare soddisfatto, come se la mostrasse al mondo. Mi dispiacque per Sole e la scrutai con tenerezza. Matteo sembrava essere destinato a diventare il ragazzo della sua vita, colui per il quale aveva disseminato il diario di epigrafi fino al giorno prima, colorato i capelli di blu e forato i lobi per sembrare più attraente. Fortunatamente, ero riuscito a convincerla che un tatuaggio con la m di Matteo sul seno fosse troppo. Mi aspettai di vederla piangere a singhiozzi, come quella volta che avevamo perso gli ultimi biglietti per il concerto dei Måneskin all’Olimpico. La strinsi più forte.

Una storia di “caratteri forti” e di realtà apparentemente insormontabili. Un romanzo in cui i protagonisti si avvicinano e allontanano da un metaforico obiettivo di benessere, il tutto condito con una scrittura magistrale

«Uccidimi!» «Cosa?» «u-c-c-i-d-i-m-i, a-d-e-s-s-o!» «Ma cazzo dici?» «Zitto!» Si acquattò come facevamo da piccoli dopo che mi aveva convinto a seguirla in qualche bambinata. Piegò la testa sulle mie gambe e appoggiò le braccia sulle mie cosce. La sua guancia sfiorò la mia pelle. Penzolavamo seduti su un muretto malridotto che circondava un parco all’ombra di un salice molto grande. L’abbracciai d’istinto per proteggerla. Mi accorsi che guardava altrove con la coda dell’occhio, verso il lato opposto della strada. «Cazzo! Cazzo! Cazzo!», pronunciò senza respirare. Strinse le palpebre per non vedere, convinta che, nel buio, anche lei potesse essere trasparente, ma le riaprì subito. «Ma cosa?», chiesi. «Non deve vedermi!» La sua voce si affievolì e nell’esaurirsi emise un verso simile allo squittio di un topo. Allora, rivolsi la mia attenzione verso la fonte della sua ansia. Matteo Riversi camminava sul marciapiede di fronte a noi, mano nella mano a Francesca Modi, detta Modì, perché il soprannome era più allegro. Di allegro aveva molto, dicevano in tanti, e doveva essersene accorto anche Matteo che la portava a spasso con fare soddisfatto, come se la mostrasse al mondo. Mi dispiacque per Sole e la scrutai con tenerezza. Matteo sembrava essere destinato a diventare il ragazzo della sua vita, colui per il quale aveva disseminato il diario di epigrafi fino al giorno prima, colorato i capelli di blu e forato i lobi per sembrare più attraente. Fortunatamente, ero riuscito a convincerla che un tatuaggio con la m di Matteo sul seno fosse troppo. Mi aspettai di vederla piangere a singhiozzi, come quella volta che avevamo perso gli ultimi biglietti per il concerto dei Måneskin all’Olimpico. La strinsi più forte.